recensione a cura di costanza rossi
Il film The Long Road to the Director’s Chair nasce dalle riprese fatte nel 1973 dalla regista norvegese Vibeke Løkkeberg al Primo Seminario Internazionale del Cinema delle Donne, tenutosi a Berlino. Ritenute a lungo perdute, le riprese sono state ritrovate dopo oltre cinquant’anni presso la Biblioteca Nazionale Norvegese e, dopo essere state restaurate, sono state montate per il film che Løkkeberg aveva da tempo archiviato.
Presentato all’Unarchive Film Fest lo scorso 31 maggio, The Long Road to the Director’s Chair è una sfida al tempo e una provocazione. Ascoltando le interviste alle donne che nel 1973 arrivarono da tutto il mondo per partecipare al seminario, una spettatrice, a distanza di cinquant’anni, non può fare a meno di notare come le difficoltà e le lotte presentate nel film siano sorprendentemente vicine a quelle di oggi. In questo confronto lampante, il film è un documento storico che ci parla molto di più di quanto forse non avrebbe fatto negli anni ‘70, se fosse stato lavorato subito dopo la fine delle riprese. Sebbene le donne nell’industria cinematografica all’epoca si potessero contare sulle dita di una mano, il film mostra come da un lato le differenze di genere siano rimaste immutate e dall’altro, in modo più implicito, come alle professioniste di oggi manchino spazi di aggregazione e confronto come quello che ospitò le riprese del film.

Il Primo Seminario Internazionale del Cinema delle Donne (che non si poté chiamare “festival” per questioni legate a finanziamenti, ma di fatto aveva quella natura) rappresentò uno spazio politico di aggregazione che non trova paragoni nel nostro presente. Le interviste del film lo dimostrano anche per la varietà delle professioni rappresentate. Tra le donne intervistate ci sono sì cineaste, come Claudia von Alemann e Helke Sander, ma anche direttrici della fotografia, giornaliste, autrici televisive e produttrici, come Alice Schwarzer e Christiane Schaefer. Il documentario, secondo l’idea originale, doveva chiamarsi Myter og Media («Miti e Media») e trattare della condizione della donna nei media in senso lato. La sua varietà restituisce uno spazio di ascolto, confronto e militanza che sa essere genuinamente aggregante per le partecipanti.

In un’intervista recente, Løkkeberg ha inoltre sottolineato come il film le sembri parlare al presente anche per la situazione geopolitica attuale, che lei trova simile a quella dei primi anni ‘70. Dopo il ‘68, in Francia si inventò un nuovo modo di fare cinema (e anche in Norvegia, come testimonia la filmografia di Løkkeberg stessa), creando un nuovo spazio autoriale, che stravolse il paradigma del cinema tradizionale. Allo stesso modo la regista si aspetta che i tempi oggi siano propizi perché nuove voci rinnovino il medium dall’interno. Per Løkkeberg questo significa soprattutto combattere il fatto che ciò che sta accadendo nel mondo non trovi spazio nel cinema mainstream. Come scriveva anche Antonioni in una lettera nel 1963, quando la realtà appare problematica e indefinita, qualsiasi tentativo del cinema di evadere è un atto di viltà.1 In questo senso, The Long Road to The Director’s Chair acquista un valore di protesta (e anche occupazione, se vogliamo, della sala cinematografica) che trascende il tempo. Ancorato al presente, il film usa parole e corpi del 1973 per fare un discorso che risuoni a molte e, si spera, le spinga all’azione.

- La lettera completa è riportata a pagina 15 del libro Tutto Il Cinema in 100 (E Più) Lettere di Gian Luigi Rondi, edito dalla Cineteca Nazionale nel 2015. ↩︎



