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recensione a cura di emma marinoni

Il motivo per cui quest’anno sono al festival di Cannes si potrebbe molto facilmente riassumere in sette parole: Teenage Sex and Death at Camp Miasma. Il terzo lungometraggio di Jane Schoenbrun è infatti il film di apertura della sezione Un Certain Regard della 79esima edizione del festival. In quanto “local Schoenbrun expert” della redazione di uncle yanco, non potevo esimermi dallo scrivere due parole a riguardo.

«Teenage Sex and Death at Camp Miasma» di Jane Schoenbrun
«Teenage Sex and Death at Camp Miasma» di Jane Schoenbrun (Credits: Mubi)

Kris (Hannah Einbinder) è una giovane regista queer a cui un grande studio di produzione hollywoodiano ha affidato il remake di una classica serie slasher, Camp Miasma – una saga paragonabile al nostro Venerdì 13 con annessi sequel, prequel e altre mostruosità. Prima di iniziare a scrivere la sceneggiatura vera e propria, Kris decide di incontrare Billy Preston (Gillian Anderson), la “final girl” del primo film della serie, che ha smesso di fare l’attrice e vive proprio nel campo estivo abbandonato dove aveva girato Camp Miasma anni addietro. L’incontro con Billy scatena una serie di desideri repressi in Kris, per culminare in una liberazione sessuale e creativa di entrambe.

«Teenage Sex and Death at Camp Miasma» di Jane Schoenbrun
«Teenage Sex and Death at Camp Miasma» di Jane Schoenbrun (Credits: Mubi)

In risposta alle analisi cervellotiche del film originale da parte di Kris, Billy dice che Camp Miasma è in primo luogo un film di flesh and fluids. Anche Teenage Sex and Death at Camp Miasma lo è, e ne è estremamente consapevole, come si evince dal suo titolo. Jane Schoenbrun ha infatti una visione molto lucida del mondo mediale, che ha da sempre posto al centro della sua produzione cinematografica. Nel corso della sua carriera, questa tematica si è sempre più sviluppata verso la dimensione meta-cinematografica: Teenage Sex, collocandosi all’interno di un genere che si presta particolarmente ad analisi meta-narrative (basti pensare al principe degli slasher moderni, Scream di Wes Craven) rappresenta l’apice di questo percorso. Nel cinema di Schoenbrun la riflessione mediale non è però mai fine a sé stessa, ma piuttosto diventa uno strumento necessario di esplorazione e definizione dell’identità. Lə protagonistə dei suoi film sono spesso persone ossessionate da una qualche forma di media: Casey con il gioco horror online The World’s Fair nell’omonimo film, Owen e Maddy con la serie TV per adolescenti The Pink Opaque in I Saw the TV Glow, o, appunto, Kris con il primo Camp Miasma. Per questə personaggə, le barriere tra realtà e finzione si confondono, separate soltanto dal confine labile di uno schermo – di un computer, di una televisione, o, nel caso di Teenage Sex, lo schermo di un cinema domestico. Nei film di Jane, la queerness non è un tema solamente presente a livello contenutistico, ma anzi si sviluppa soprattutto grazie a queste scelte formali: l’identità queer e trans permeano tutto il testo, dai personaggi al modo in cui essi vengono rappresentati.

«Teenage Sex and Death at Camp Miasma» di Jane Schoenbrun
«Teenage Sex and Death at Camp Miasma» di Jane Schoenbrun (Credits: Mubi)

Moltissimo di Teenage Sex è figlio più o meno illegittimo dello slasher Sleepaway Camp, menzionato spesso da Schoenbrun come film particolarmente formativo per la sua identità – insomma, il suo personale Camp Miasma. Diretto da Robert Hiltzik, Sleepaway Camp è uno slasher del 1983, anch’esso ambientato in un campo estivo. La protagonista, Angela, è una ragazzina taciturna e silenziosa, affidata dagli adulti a suo cugino Ricky in modo che non rimanga troppo sola durante la vacanza. Il gruppo di campers viene quasi subito scosso da una serie di omicidi misteriosi: tra immagini incredibilmente omoerotiche per l’epoca (perché no, non è stato Paul Mescal a inventare gli “short shorts”) e cliché tipici del genere, il grande colpo di scena finale rivela che l’autrice degli omicidi è proprio Angela, la cui backstory ricorda molto quella di Little Death (Jack Haven), il serial killer di Camp Miasma. Nello stile tipico dei transvestite killer, Angela è il risultato di una manipolazione psicologica da parte della sua tutrice, che ha costretto una persona biologicamente maschio ad adottare l’identità della sorella gemella morta in un incidente (una sorta di crossover tra Psycho di Hitchcock e Sisters di De Palma). La scena finale del film è un freeze frame in cui il corpo di Angela viene svelato al pubblico: sebbene si tratti di una rappresentazione abietta del corpo trans, volta a scatenare l’orrore di chi guarda, Sleepaway Camp produce accidentalmente un’immagine dalla fortissima potenza iconografica, rivendicata ad oggi da molte persone trans. La necessità di confrontarsi con l’ambivalenza lasciata da questi film “problematici” è alla base del personaggio di Kris, non solo nel suo rapporto con il cinema (e con il proprio lavoro), ma anche in quello con il suo corpo.

«Sleepaway Camp» di Robert Hiltzik
«Sleepaway Camp» di Robert Hiltzik (Credits: Split Tooth Media)

In Men, Women and Chainsaws: Gender in the Modern Horror Film, l’autrice Carol J. Clover evidenzia come la relazione tra sesso e morte, centrale nello slasher, abbia inevitabilmente una componente di genere: Clover descrive le “final girl” come figure “falliche” e mascolinizzate, la cui verginità o assenza di interesse nei confronti del sesso diventa l’elemento chiave della loro sopravvivenza. In Teenage Sex and Death at Camp Miasma, Schoenbrun re-immagina brillantemente questo connubio come un modo per affrontare la propria sessualità – in cui il cinema non castra o punisce, ma piuttosto crea percorsi di liberazione, tra gore e amore.

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