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recensioni a cura di alberto frosini

«dao» di alain gomis

Dao di Alain Gomis è un film epocale, un racconto che si protrae per quasi tre ore senza mai adottare una struttura narrativa tradizionale e che sceglie di attraversare il tempo, lo spazio e la memoria di una famiglia africana trapiantata in Francia. Si muove infatti su più piani simultanei, intrecciando la celebrazione del nonno defunto in un villaggio tra Senegal e Guinea-Bissau con il matrimonio della figlia della protagonista, in una circolarità dell’esistenza che diventa dispositivo politico prima ancora che narrativo. Attraverso questi salti temporali il film dimostra di saper conferire ritmo e intensità, trasformando la visione in un’esperienza profondamente coinvolgente.

«Dao» di Alain Gomis (Credits: Berlinale)

Dentro questo doppio rapporto tra morte e unione, passato e futuro, si sedimentano tutte le stratificazioni della storia: la colonizzazione, l’esperienza migratoria, la costruzione di un’identità diasporica, ma anche la storia francese, resa cornice di questo quadro familiare costantemente al centro dell’attenzione. Non c’è mai didascalia, non c’è spiegazione: tutto passa attraverso i corpi, le musiche, le lingue e gli spazi. A rendere ancora più singolare l’operazione è l’inserimento di interviste agli attori che poi recitano nel film, un dispositivo che richiama l’ethnofiction e che gioca continuamente sull’ambiguità tra documentario e invenzione narrativa. Non è mai del tutto chiaro dove finisca il reale e dove inizi la costruzione filmica, ed è proprio in questa zona grigia che l’opera trova la sua verità più profonda. Le location del lungometraggio sono vive e tangibili, mentre la colonna sonora jazz, alternata alla musica africana, accompagna le vicende dei personaggi senza mai imporsi.

Berlinale
«Dao» di Alain Gomis (Credits: Berlinale)

Il lavoro degli attori restituisce inoltre una coralità armonicamente perfetta, sia che si tratti di artisti affermati, come Samir Guesmi, sia di interpreti amatoriali, come gli abitanti del villaggio. Non esistono veri e propri coprotagonisti nel senso classico del termine, se non parzialmente i parenti più prossimi alla figura centrale del personaggio di Katy Correa. Piuttosto, prende forma un aggregato umano che respira all’unisono, come se la famiglia si espandesse fino a coincidere con un’intera comunità. Dao è un film che cattura con precisione la comicità e la malinconia della vita familiare, nei momenti felici come in quelli più tesi.

Berlinale
«Dao» di Alain Gomis (Credits: Berlinale)

La sincera brutalità della sceneggiatura contribuisce a immergere completamente lo spettatore in una storia apparentemente irripetibile, proprio perché così intimamente legata alle esistenze che racconta. In questo modo, più che seguire una trama, si attraversa un’esperienza storica, emotiva e collettiva. È in questo coinvolgimento totale che il cinema di Gomis trova la sua espressione più potente. Dao, fiction girata in forma documentaria, attraversa con innovativa fluidità le connessioni tra continenti e generazioni differenti, intrecciandole al tema della diaspora in un quadro filmico raramente portato sullo schermo con una tale profondità politica e introspettiva.


«everybody digs bill evans» di grant gee

Everybody Digs Bill Evans di Grant Gee è un’opera che colpisce per la sua delicatezza e la capacità di addentrarsi, quasi di soppiatto, nell’intimità emotiva del suo protagonista. Ambientato tra gli anni ’60 e la fine degli anni ’70, il film è costruito attraverso una narrazione non lineare punteggiata da flashback che ripercorrono alcuni frammenti della vita di uno dei pianisti più importanti del jazz americano. Il personaggio principale, Bill Evans, nella sua duplice dimensione di uomo e artista, rimane al centro della narrazione, anche se il regista sceglie di non farne un racconto musicale nel senso stretto. Non c’è niente di glamour o di melodrammatico, infatti il film rifiuta categoricamente la grammatica del biopic musicale tradizionale per dare spazio a un racconto intimo e complesso di una personalità fuori dal comune.

In questo lungometraggio, Bill Evans, interpretato da un memorabile Anders Danielsen Lie, è un uomo fragile, introspettivo, spesso passivo, segnato dal lutto, dalla dipendenza e da relazioni affettive complesse, per non dire pericolose. È un personaggio che vive di silenzi più che di parole o di musica. Appunto, il pianista si dimostra timido, dimesso, per nulla “cool”, quasi in contrasto con la potenza espressiva della sua musica. Tuttavia, è proprio questa peculiarità che lo rende profondamente umano. Allo stesso tempo la sua musica jazz, pur avendo un ruolo centrale, non è il vero focus del racconto. Rimane sullo sfondo, apparendo e scomparendo, come suggerisce una battuta della madre (Laurie Metcalf): «a volte l’intervallo fa parte della musica stessa». Ciò risulta essere una scelta stilistica efficace per consentire così di entrare anche a chi non ha familiarità con la musica jazz nel mondo di Evans attraverso una prospettiva emotiva e relazionale, più che tecnica.

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«Everybody Digs Bill Evans» di Grant Gee (Credits: Shane O’Connor, Cowtown Pictures / Hot Property)

Un altro dettaglio interessante è il lavoro sulla fotografia, che dona un’estetica oltremodo curata e particolareggiata. Infatti, il lungometraggio alterna bianco e nero e colore con grande consapevolezza espressiva: se le sequenze ambientate negli  anni ’70, a colori, sono lisergiche e nebulose, è nel bianco e nero che l’immagine degli anni ’60  diventa austera, ma sempre di fortissima potenza visiva. Le ombre diventano così protagoniste, scolpendo i profili dei personaggi e invadendo o soffocando gli spazi, in modo da creare una punteggiatura ritmica e sperimentale. Anche le ambientazioni contribuiscono a questa sensazione: New York e Baton Rouge non appaiono mai come città aperte, ma come una successione di appartamenti angusti, bar e interni claustrofobici. Perfino gli esterni come campi da golf e giardini sembrano chiusi, compressi e delimitati.

Particolarmente ben delineato è anche il ritratto delle relazioni familiari. Infatti, i personaggi dei genitori riescono a essere perfettamente credibili, incarnando onestamente la vicinanza emotiva e, insieme, la preoccupazione impotente, ma non giudicante, di chi osserva il figlio perdersi nella tossicodipendenza. Il fratello (Barry Ward) è una figura altrettanto interessante, sospesa tra gelosia e ammirazione, tra amore e incapacità di comunicare. In questo sistema di rapporti, si inserisce pure la relazione sentimentale con la sua ragazza, rovinosa è autodistruttiva, poiché basata sull’eroina e, solo talvolta, su una componente erotica. Tuttavia, tra i due sembra instaurarsi un rapporto quasi fraterno per non dire genitoriale. Everybody Digs Bill Evans è un film composto da dettagli, silenzi, sguardi, piccole incrinature emotive, che approfondisce tanto la dipendenza e i legami familiari quanto la solitudine dell’artista. Tuttavia, prima di tutto, il lungometraggio si configura come il ritratto di un uomo costantemente esaminato, ma probabilmente destinato a restare indecifrabile.

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