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recensione a cura di alberto frosini

Presentato in competizione alla Settantaseiesima edizione della Berlinale, Rosebush Pruning di Karim Aïnouz è un film che vorrebbe provocare ad ogni costo, ma che finisce per rimanere imprigionato sulla superficie del proprio stesso ribrezzo. Il lungometraggio racconta la vita mondana e disgustosamente narcisistica di quattro fratelli isolati con il padre in una lussuosa villa in Spagna. 

«Rosebush Pruning» di Karim Aïnouz (Credits: Berlinale)

I cinque egocentrici parenti sono prigionieri di dinamiche di violenza, abuso e perversione, come nei migliori drammi esistenzial-borghesi. Tuttavia, quando il film decide di concentrarsi su questo aspetto drammatico, la promessa di complessità si sgretola, lasciando spazio a un insieme di immagini scioccanti che sembrano esistere unicamente per il loro valore traumatico. In questa opera, infatti, la trama si riduce a una profezia di morte autoadempiente, vagamente annunciata fin dall’inizio dalla voce narrante, che appartiene a Ed (Callum Turner), uno dei fratelli di questa famiglia mostruosa. La narrazione sembra così avvitarsi su un destino già scritto, in cui l’attesa del tragico evento  conta più del suo effettivo compimento.

«Rosebush Pruning» di Karim Aïnouz (Credits: Berlinale)

Contemporaneamente, però, il film è ineccepibile nella messa in scena e permette a Aïnouz di confermare nuovamente il suo amore per i corpi e per i colori saturi. Il risultato è un cinema particolarmente sensoriale, costruito sulla forza della musica, come la reiterata inclusione di Paninaro dei Pet Shop Boys, e su una composizione dell’inquadratura attentamente studiata. In questo modo, la scelta visiva si fonde a un sound design particolarmente efficace, in specie nei momenti in cui il regista definisce, o volutamente confonde, il ruolo dei personaggi. Tuttavia, il problema è che tutta questa raffinatezza estetica finisce per incorniciare una storia che si limita a mettere in scena un macabro susseguirsi di grottesche storie da tableaux familiari e di immagini iper-curate della vita mondana dei protagonisti. Attraverso questi strumenti narrativi il racconto perde incisività, anche perché non è mai davvero chiaro quale sia il registro registico scelto, spostandosi in maniera insensata dalla dark comedy grottesca alla tragedia nichilista, e privando così la narrazione di una direzione netta. 

«Rosebush Pruning» di Karim Ainouz
«Rosebush Pruning» di Karim Aïnouz (Credits: Berlinale)

Appunto il film sembrerebbe a tratti inseguire il thriller borghese e gli oscuri peccati erotici stile Saltburn, ma non riesce nell’intento di replicarne né l’arguzia né la lucidità satirica. In questo modo, la satira sugli ultra-miliardari debosciati risulta derivativa o addirittura messa da parte, e la loro l’ossessione per i brand di lusso come Versace e Bottega Veneta, che può forse apparire simpatica e camp, difficilmente aiuta alla costruzione della trama. Durante il corso dell’opera, è percepibile un bizzarro scontro tra il romanticismo visivo tipico del cinema di Aïnouz e un nichilismo più gelido alla base, che arriva a generare un ibrido anomalo. Il pessimismo che attraversa il film sembrerebbe derivare dalla sua stessa concezione, proprio perché Rosebush Pruning è tratto da una rilettura de I pugni in tasca di Marco Bellocchio. Il richiamo al film anni ’60 non si colloca sul piano estetico, ma su uno tematico e concettuale, dove l’idea dell’opera originale è alterata e trasformata fino ad assumere tratti quasi parodici. Attraverso questa traslazione, la tensione tragica dell’originale si trasforma in un pessimismo più ostentato e grottesco, che finisce per accentuare unicamente il potere comico della pellicola. Infatti, Rosebush Pruning si redime in qualche dialogo e scena umoristica, in particolare nella performance delirante e autoironica di Pamela Anderson

«Rosebush Pruning» di Karim Ainouz
«Rosebush Pruning» di Karim Aïnouz (Credits: Berlinale)

Il rapporto con l’opera originale ricorda, per certi versi, quello instaurato da Scarface di Brian De Palma con lo Scarface di Howard Hawks, in quanto non semplice riproposizione, ma rielaborazione vistosa e massimalista che esaspera il modello di partenza fino a trasformarlo in qualcos’altro di totalmente diverso. Il riferimento a Bellocchio resta dunque poco più che un punto di partenza ed il confronto diretto tra i due film avrebbe poco senso, così come immaginare che una storia del genere possa essere raccontata oggi con lo stesso spirito degli anni Sessanta. Appunto, emerge piuttosto, da parte del regista, l’impulso di spingersi in territori scomodi, a partire da una concezione iconoclasta di remake, filmando così immagini scabrose e rappresentazioni pulp di un’ottusità morale che tentano il più possibile di apparire esagerate. Rosebush Pruning si rivela in questo modo un progetto cinematografico affascinante nella sua dimensione artistica, ma narrativamente risulta sterile e disturbante più per accumulo che per necessità espressiva. Si tratta così di quel tipo di opera che sarebbe potuta arrivare a contendersi l’Orso d’Oro e, contemporaneamente, alcune categorie dei Razzie Awards.

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