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approfondimento a cura di lorenzo santini

Basta l’incipit del film – la fuga disperata di una donna con in braccio un bambino in un habitat ostile, la colonna sonora elettro-jazz di Alain Goraguer che s’insinua come una marea di suoni magmatici – per comprendere, da lì, di non poter più tornare indietro. Anche noi spettatori, da subito, veniamo catturati e come costretti a partecipare a un’esperienza che si rivelerà tanto poetica quanto particolarmente straniante, un sogno lucido che si apre davanti ai nostri occhi non concedendoci vie d’uscita.

«Il pianeta selvaggio» di René Laloux

Fin dalle prime immagini de Il pianeta selvaggio (La Planète sauvage, R. Laloux, 1973) si prova una sensazione sottile, quasi tattile, come quando la fantasia prende il sopravvento e la logica si dissolve. I fiati si piegano, le note ondeggiano come anguille stipate in un acquario, e in un istante ci troviamo su Ygam, un pianeta che non appartiene a nessuna mappa stellare ma che sembra contenere, deformato e magnificato, il nostro stesso mondo. Un luogo perfettamente definito dal tratto ruvido e visionario dei disegni di Roland Topor, con i suoi inchiostri sbavati, i suoi colori lattiginosi e una materia viva che pulsa in ogni fotogramma. Topor, artista eclettico e fondatore del movimento surrealista Panique insieme ad Arrabal e Jodorowsky, delinea graficamente un universo dove gli esseri umani – gli Oms – sono minuscoli come insetti, mentre la ragione appartiene a giganti dalla pelle bluastra: i Draags. Un’inversione radicale della classica prospettiva antropocentrica secondo la quale la specie umana situerebbe al vertice dell’evoluzione. Sappiamo che Ygam non esiste, eppure percepiamo che potrebbe esistere, in quel territorio mentale in cui l’animazione diventa riflessione filosofica ed esistenziale, e la fantascienza cessa di parlare esclusivamente di astronavi e spade laser, di conquista intergalattica ed evasione per farsi introspezione.

Il pianeta selvaggio
«Il pianeta selvaggio» di René Laloux

René Laloux, regista fino ad allora noto soprattutto per il cortometraggio Les dents du singe (1960) – la cui trama era stata suggerita dai pazienti di una clinica di salute mentale – aveva già intuito che per raccontare l’alienazione umana fosse piuttosto opportuno cercare di rovesciare le prospettive. Trasponendo il romanzo Oms en série (1957) dello scrittore e odontoiatra francese Stefan Wul, costruisce un universo in cui la supremazia non è umana ma “aliena”, eppure tremendamente familiare. I Draags, lenti e meditativi, tengono gli Oms come animali domestici, li accarezzano, li educano, li reprimono. Credono di essere saggi, ma la loro “civiltà” è in fin dei conti fondata sul dominio. In questo ribaltamento, Laloux mostra con lucidità che la barbarie non è un tratto selvaggio, ma un riflesso della nostra stessa razionalità quando smette di riconoscere l’altro come uguale. Ne nasce un racconto universale di sopraffazione, ma anche di conoscenza: il viaggio degli Oms verso la libertà è, in fondo, la nostra stessa ricerca di consapevolezza, la tensione eterna tra istinto e cultura, tra spiritualità e controllo.

Il pianeta selvaggio
«Il pianeta selvaggio» di René Laloux

Uscito nel 1973, La Planète sauvage si impone abbastanza come un unicum nella storia del cinema d’animazione: una forma di trance visiva, frutto di una travagliata lavorazione iniziata nel 1968 a Praga e ostacolata dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Il risultato è una sinfonia di immagini e suoni in cui tutto vibra e respira, incarnando la tensione politica e psicologica del suo tempo ma esprimendo pure una freschezza tale da travalicare ogni contesto più specifico. L’animazione “limitata” di Topor – anzi collaboratore fidato di Laloux con Les Temps Morts (1964) e Les Escargots (1965) – si trasforma in potenza evocativa: figure ritagliate, movimenti minimi, fondali costituiti da architetture impossibili e forme plastiche prossime all’universo che di lì a poco avrebbe conformato Luigi Serafini. Ogni sequenza appare come un’incisione mentale, una tavola di un libro illustrato dal tratteggio incrociato, per adulti che hanno smesso da tempo di credere nei lieto fine.

Il pianeta selvaggio
«Il pianeta selvaggio» di René Laloux

Primo film d’animazione premiato al Festival di Cannes, Il pianeta selvaggio è oggi un cult riconosciuto in tutto il mondo, che torna al cinema restaurato in 4K da Eclair Classics a partire dagli elementi fotochimici originali (negativi e interpositivi da 35mm), riportando la sua forza ipnotica sul grande schermo, ponendola in dialogo con le istanze più contemporanee. Guardarlo – o riguardarlo – non significa tanto provare a “capirlo” quanto attraversarlo. È un viaggio mentale, sensoriale e filosofico, a metà strada tra la lettura di un racconto di Cortázar e un disco dei Pink Floyd lasciato andare di sottofondo: ogni immagine è anche una nota, ogni silenzio un interrogativo.

Il pianeta selvaggio
«Il pianeta selvaggio» di René Laloux

Tutto è così esotico, lontano, assurdo – eppure tremendamente concreto – che alla fine del cammino resta un senso di quiete inquieta e la domanda centrale – chi è il vero “selvaggio”? – resta sospesa nell’aria come una particella di polvere su Ygam. Quest’opera, certamente autoriale e a tratti pure cervellotica, continua a parlarci perché – come ogni grande opera che si rispetti – non appartiene al suo tempo ma lo trascende, definendo una parabola sull’arroganza del potere, sulla fragilità della conoscenza e sulla possibilità di comunicare oltre le differenze. La barbarie, sembra dirci Laloux, non è distruggere: è dimenticare di essere ospiti – sul pianeta Ygam come sulla Terra. E così, quando sopraggiungono i titoli di coda, ci scopriamo noi stessi in gabbia, a chiedere pietà dietro un vetro psichedelico. Non più spettatori, ma creature osservate. Il Pianeta selvaggio riesce, ancora oggi, a mostrarci quanto fragile sia il confine tra civilizzazione e schiavitù, tra conoscenza e oblio. E ricordarci, con la potenza ipnotica del suo disegno animato e delle sue musiche, che il vero atto di libertà non è dominare, ma imparare a guardare l’altro – e noi stessi – con occhi finalmente umani.

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