a cura di marco morelli
Resoconto della conferenza stampa per la presentazione alla 18^ edizione di France Odeon del film La Vie d’une femme, in concorso a Cannes 79. Presenti la regista Charline Bourgeois-Tacquet e l’attrice protagonista Léa Drucker assieme al direttore del festival Francesco Ranieri Martinotti.
Francesco Ranieri Martinotti: Con Charline c’è un rapporto che nasce dal suo primo film, di cui ero rimasto colpito. Ci siamo scritti e parlati in altre occasioni importanti. Ogni tanto le chiedevo “Che stai facendo?” e lei mi mandava foto di questo posto sperduto, dove si vedeva una pianura con qualche pioppo. Mi rispondeva: “Sto scrivendo il mio prossimo film, qui riesco a concentrarmi moltissimo”. Ho sentito crescere l’energia di questo film finché non l’ho visto al festival di Cannes ed è stata una folgorazione. Dimostra una crescita incredibile: alla sua seconda opera Charline è già una maestra, se posso dirlo. Con Léa si è creata un’alchimia importante, la prima cosa per fare un buon film.

Il soggetto tocca poi due temi molto delicati e fragili di questo momento storico, la donna e la sanità pubblica. Uno si chiede cosa c’entrino tra loro, e lei li ha uniti. Il film in Francia ha avuto un grandissimo successo, quindi parla al pubblico. Charline, quando hai presentato la sceneggiatura la prima volta, immagino ti abbiano detto: “Sei matta? Vuoi fare un film di questo tipo?” Non sarà stato facile, e invece hai avuto ragione. Il film racconta questi due grossi problemi senza retorica e senza morale, con una storia forte su una donna che ha fatto scelte importanti nella vita e che adesso, però, ne sta un po’ soffrendo.
Da dove è partita la voglia di fare questo film? Parla di una donna sopra i 50 anni, e normalmente il cinema tende a dimenticare che esistono donne over 50, con i loro problemi, sentimenti, scelte. Faccio la stessa domanda anche all’attrice.
Charline Bourgeois-Tacquet: Il punto di partenza è legato alla malattia e alla morte di mia madre, che aveva più o meno l’età del personaggio. Mia madre ha avuto una vita molto difficile, e raccontare la sua storia attraverso un personaggio che invece sta bene era una forma di riscatto. Ho passato tanto tempo nella scrittura con questa persona. Ho molte amiche più grandi di me, tra i 50 e i 70 anni. Alcune hanno figli, altre no, molte si dedicano a una passione. Questo tipo di vita e di momento della vita appare raramente al cinema. Volevo che si avesse accesso anche alla parte sentimentale, erotica, alla sessualità e a tutto l’aspetto sensuale di questa età.
Léa Drucker: Il mio percorso mi ha permesso di avere ruoli al cinema eccezionali, forse più interessanti di quelli dell’inizio della carriera. La questione dell’età è effettivamente il tema del film, che racconta di un personaggio che ha scelto di non essere madre. Forse per questo se ne parla molto. Il personaggio esercita una libera scelta: non vive la maternità per una pena o una tristezza, ma come scelta deliberata. Ha autorità, ha potere. È una donna che sta bene, in pieno possesso delle sue scelte, e forse è questo che raramente vediamo al cinema. Sarebbe illusorio dire che è tutto facile e che siamo ben rappresentate. È vero che a partire dai 45 anni è più difficile trovare ruoli e che diminuiscono. Però oggi le donne esistono di più, sono più visibili. Ci sono più attrici che proseguono la carriera, più registe, grossi progetti. Continua a essere necessario battersi, ma oggi si aprono più opportunità e si scopre quanto sia interessante vedere queste persone.

Mi piace molto il personaggio di Frida. È una scelta voluta che sia anche una scrittrice, e che il film riprenda la struttura a capitoli di un libro?
Charline Bourgeois-Tacquet: L’idea è partita dal ritratto di Gabrielle, di mostrarla vivere nelle sue diverse interazioni: il rapporto con il proprio assistente, i colleghi, il compagno, i pazienti. Credo che non siamo mai la stessa persona a seconda di chi abbiamo intorno, e volevo che il ritratto restituisse questa complessità. Da qui la struttura a capitoli, che permette di intravedere le sfaccettature, le prospettive, i contesti. Mi piaceva anche l’idea di giocare con le ellissi rispetto all’occhio dello spettatore e di usare la struttura in modo un po’ ludico, come in un libro.
Il cinema dà la possibilità di far continuare a vivere persone scomparse. In fondo è un modo per pensare che avrebbero potuto fare altre cose?
Charline Bourgeois-Tacquet: Non volevo far rivivere la persona scomparsa, almeno non consapevolmente. Piuttosto avevo voglia di prendermi una rivincita. Avevo l’impressione che mia madre avesse dedicato la sua vita ai suoi figli, anche se lavorava, e non avesse potuto raggiungere una pienezza e una realizzazione. Volevo quindi proporre un’alternativa, una visione.

In che cosa si è sentita più vicina a questa donna, Léa?
Léa Drucker: È stato un vero piacere interpretare una donna in un ambiente medico. Grazie a Charline mi sono avvicinata al ruolo di chirurga, cosa che io sarei assolutamente incapace di fare. Da bambina però giocavo: mi mettevo la camicia bianca e ci infilavo anche la penna nel taschino. Mio padre era medico. La scrittura della sceneggiatura di Charline è molto bella e ha una dimensione di divertimento: diverte lei e diverte me. Anche se ci sono passaggi in cui si raccontano cose gravi, ci sono momenti in cui ci si può immedesimare, per esempio la nascita del sentimento amoroso di Gabrielle per Frida, un momento così misterioso. Poi ci si torna a riflettere e si pensa: “Quello è stato un bivio che non ho scelto di prendere.” Queste tematiche possono risuonare in molti di noi. In alcuni momenti mi sembrava di capire profondamente tutto ciò che dovevo mettere nel personaggio. È forse la famosa alchimia di cui parlava prima Francesco. E c’è il piacere di parlare di cose che magari non ci appartengono del tutto, oppure che invece sono fondamento dentro di noi come, per esempio, l’autorità del personaggio.
Come avete lavorato insieme? Charline, racconti questo mondo in modo molto chiaro e scegli perfettamente le attrici. Scrivete insieme? Come interagite?
Charline Bourgeois-Tacquet: No, non abbiamo scritto insieme. Mentre scrivo non penso a un’attrice precisa: è un lavoro intimo e non mi proietto in un personaggio. Alla fine della sceneggiatura la questione diventa molto concreta e pratica: chi incarnerà un personaggio che abbia insieme autorità, umorismo, intelligenza e fragilità? Così ho pensato a Léa, anche perché avevo visto un suo film che mi aveva colpito tantissimo. Vedevo in lei questa fragilità rispetto ai sentimenti e vedevo come esplorava il modo di abbandonarsi. Molte cose mi hanno toccata. C’è poi un’altra cosa: adoro gli attori. Per me il momento del set è la festa, mi piace girare e lavorare con loro, con curiosità.
Che ne pensate della figura dell’intimacy coordinator?
Charline Bourgeois-Tacquet: Oggi si lavora con l’intimacy coordinator. Prima non era così. Oggi aiuta sul set a girare le scene più intime, ed è questa la differenza tra ieri e oggi.
Léa Drucker: È una nuova figura professionale ed è molto importante per proteggere le attrici, ma anche gli attori e i bambini. Avere un referente a cui rivolgersi per parlare dei limiti. Questa professione deve stare in armonia, e non in opposizione, con la regia. Permette inoltre di preparare fin dall’inizio i momenti che andranno girati, come una coreografia, soprattutto dal punto di vista tecnico. Ci si allena, ci si prepara, si entra nel personaggio senza poi ritrovarsi la sera distrutti. È un po’ come una danza. Quando tutto è pronto ci si trova in un’inquadratura, in una struttura che ci protegge, e si può pensare a ciò che si vuole raccontare. In questo caso è come la prima volta per Gabrielle con Frida, vediamo una donna di 50 anni che si ritrova come una ragazzina. Questa figura diventa, direi, un obbligo.

Ho apprezzato molto la scena in macchina tra Gabrielle e Henri, in cui lei gli dice di amarlo perché è indipendente. Volevo chiederle, Charline: secondo lei l’amore deve essere anche indipendenza?
Charline Bourgeois-Tacquet: Non sono neanche una psicologa, ma penso, almeno per quanto mi riguarda, che l’amore richieda indipendenza e libertà. Per la mia personalità è una cosa assolutamente indispensabile, non potrei concepirlo altrimenti. E per il personaggio vale sia nel campo amoroso sia nel resto della vita: la volevo totalmente indipendente, che facesse le proprie scelte, che non dovesse niente a nessuno, in grado di reggersi in piedi da sola.
In attesa che il film trovi un distributore italiano, consigliamo ai lettori il recupero del precedente lavoro di Charline Les Amours d’Anaïs e delle altre performance di Léa come Dossier 137 o L’Été dernier.



