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intervista a cura di emma marinoni

In L’uomo più bello del mondo, il regista Paolo Baiguera si confronta con una storia della sua famiglia che non è mai stata raccontata, ovvero quella di suo zio Michele, morto di AIDS a 28 anni. L’archivio di famiglia viene interpretato da due voci radicalmente distinte, quella del ricordo personale dalla parte della madre di Paolo e lo strumento di intelligenza artificiale API Google Vision, nella speranza di far emergere in qualche modo un ritratto di un’esistenza andata perduta. Il cortometraggio è stato selezionato nella sezione Concorso Internazionale della diciannovesima edizione di Archivio Aperto. Durante il festival, abbiamo avuto l’occasione di scambiare due chiacchiere su archivi, tendenze festivaliere e tensioni provinciali.

«L'uomo più bello del mondo» di Paolo Baiguera
«L’uomo più bello del mondo» di Paolo Baiguera (Crediti: Gargantua)

Questo cortometraggio è stato concepito e realizzato all’interno della residenza Nouvelle Bug 2025: tuttavia, guardando il film, almeno per me, arriva quasi subito l’impressione che si tratti di una storia che tu avresti raccontato comunque, in qualsiasi forma, prima o poi. Volevo chiederti se potessi parlare un po’ della tensione tra la volontà di parlare di questo argomento e il trovarsi all’interno di una residenza, che per certi aspetti è anche una costrizione di spazi e di tempi obbligatori.

Paolo: Il film l’avrei fatto sicuramente in ogni caso, anche perché parla di un grande dolore familiare – il mio secondo nome è lo stesso di mio zio, di cui io non conoscevo la storia. Tuttavia, ho sempre pensato che avrebbe avuto la forma di un documentario più tradizionale, poi, durante la residenza di Nouvelle Bug mi sono reso conto che dato il materiale di partenza e la mia volontà di farlo sarei riuscito a fare un buon film. Il contesto di una residenza ti porta molto a ragionare sulle motivazioni dietro quello che stai facendo: ciò che io ho trovato particolarmente funzionale all’interno di questo workshop non è stato tanto il rapporto con la tecnologia ma più il discorso che Andrea [Gatopoulos] e gli altri tutor hanno fatto sulla componente politica di questi strumenti, che poi mi ha portato a riflettere e a voler mostrare il sistema che ha giudicato mio zio come dipendente – sia come a farlo possa essere un sistema come quello di intelligenza artificiale ma anche la mia famiglia (e per quel giudizio, poi, la storia di mio zio non viene raccontata). Nonostante l’impronta che una residenza incentrata su questo tipo può dare, ho cercato di fare qualcosa che fosse un po’ più caldo, non un film freddo, algido e tecnologico.

Paolo Baiguera
«L’uomo più bello del mondo» di Paolo Baiguera (Crediti: Gargantua)

Nel film, una parte del tuo archivio di famiglia viene sottoposto allo sguardo di un’intelligenza artificiale, che analizza e interpreta a suo modo le immagini. La diffusione capillare dell’intelligenza artificiale ci ha messo a confronto anche con la nostra privacy e con la possibilità che le nostre immagini vengano utilizzate per il training dei modelli o vengano addirittura “rubate”. Come hai affrontato questo procedimento e come ti sei sentito nel fornire immagini personali ad un algoritmo?

Paolo: All’inizio non ero per niente convinto di fare il film in questo senso – la gestione delle immagini è stato un grande argomento di discussione. Però ci sono due verità a riguardo: da una parte chiaramente le immagini che fornisco vanno a popolare un dato molto più grande, dall’altro concettualmente ciò che succede ed è messo in scena nel film con l’intelligenza artificiale è ciò che è già successo nella storia della mia famiglia. Senza dubbio veicolarlo ad una macchina e una banca dati così grande può avere le sue problematicità, ma in qualche modo il corto ha anche le volontà di mettere in luce questo meccanismo, quanto questo avvenga su tutti i livelli tutto il tempo su tutte le immagini che pubblichiamo. Nella mia famiglia, nessuno mi ha impedito di farlo, anche perché sono persone che hanno un vissuto diverso e meno abituate a come funzionano questi strumenti. Anche dal punto di vista della parte generativa avevo grandissimi dubbi, ma ho di nuovo ho cercato di creare un rapporto, di utilizzarla ai fini di creare una discussione rispetto a quello che l’IA faceva e quello che questo personaggio creato da essa suscitava come reazione. Sono d’accordo che può essere problematico, non credo che non lo sia, ma penso che questo meccanismo sia anche uno strumento di problematizzazione ulteriore, che volevo esplorare.

Paolo Baiguera
«El pütì pèrs» di Paolo Baiguera (Crediti: Gioia Film)

Il tuo cortometraggio precedente, El pütì pèrs, è ambientato nel territorio bresciano: chiaramente, trattandosi di una storia personale e familiare, anche L’uomo più bello del mondo ritorna lì. Sono due film che si parlano non solo per il luogo, ma anche per una questione di ricerca di un contatto impossibile. Volevo chiederti se potessi parlare un po’ del tuo rapporto con il territorio – che è quello da cui vengo anche io, tra l’altro.

Paolo: I progetti hanno delle forti assonanze: oltre a questa volontà di contatto impossibile, entrambi parlano in un certo senso di due figli perduti. Dal punto vista del territorio, mi sono reso conto che finisco sempre per ricascarci: anche adesso sto sviluppando un progetto in cui mi piacerebbe usare il dialetto. Del resto, uno alla fine non ha tanto altro, si finisce sempre per tornare lì, a ciò che ti appartiene, anche per capire che cosa è cambiato.

Sono sempre posti da cui si va via: chiaramente la provincia lombarda, o del Nord Italia in generale, ha una dinamica molto diversa da quelle del Sud, in cui andarsene sembra purtroppo quasi una fase naturale e necessaria della vita. Però difficilmente si ritorna in provincia: nonostante sia per certi aspetti una condizione universale, per me è un contesto che ha una sua chiara specificità, soprattutto nel creare dissonanze interne. Anche quello che è successo a tuo zio – e che è successo anche a persone della mia famiglia – sembra essere uno dei risultati di questa condizione.

Paolo: Senza dubbio è qualcosa da cui scappi appena puoi, ma che inevitabilmente ti porti dietro. Sei sempre in questo stato confuso, tra l’essere sì iper provinciale, però di una provincia semi benestante: come se tu fossi un “cittadino” di provincia. Quella di mio zio è in un certo senso una generazione perduta, in cui ci sono pochi “sopravvissuti”, che viene da questa confusione specifica della provincia industrializzata, di grande disagio ma anche di possibilità e potere d’acquisto, e quel cortocircuito crea terreno fertile per questo tipo di condizioni, dipendenze e malattie mentali.  Per me il ritorno a casa è inevitabile – per quanto un film come L’uomo più bello del mondo possa parlare al futuro dal punto di vista delle tecnologie che utilizza, io non sono riuscito a non essere provinciale. È identitario, endemico.

Paolo Baiguera
«L’uomo più bello del mondo» di Paolo Baiguera (Crediti: Gargantua)

Volevo chiederti se potessi riflettere un po’ sul percorso che ha fatto L’uomo più bello del mondo, che, dopo la sua prima alla Berlinale (che potremmo considerare un festival più generalista), è stato selezionato in diversi festival più settoriali, in particolare quelli legati all’intelligenza artificiale e quelli legati al riutilizzo delle immagini d’archivio.

Sono molto contento del percorso che questo film ha fatto, anche se sono d’accordo con quello che dici. Questa divisione settoriale è per me complicata anche perché sì è un film d’archivio formalmente, ma io non lo sentivo come un film d’archivio, è un film che usa l’IA ma non è un film sull’IA. Durante il percorso del film sono rimasto anche molto stupito dalla volontà di “incanalarlo” curatorialmente in una categoria o nell’altra, in questa tendenza dei festival diventare sempre più precisi, sempre settoriali e in un oggetto più ibrido non viene sempre ben ricevuto. In più, essendo un tema molto caldo, la presenza dell’intelligenza artificiale può dare un po’ fastidio. Anche dal punto di vista di pubblico ho visto questa divisione, in cui le persone dell’ambiente IA lo interpretavano come un film più d’archivio e viceversa.

Da questo punto di vista, Archivio Aperto a me sembra molto più aperto verso il dialogo tra archivio e intelligenza artificiale. In questi giorni ho parlato con persone che lavorano al festival e discutevamo di come, anno dopo anno, il lavoro sull’archivio che vediamo qui è sempre più ricerca di un’iconografia che non c’è, e in questo senso per me l’uso dell’intelligenza artificiale si inserisce abbastanza bene, per quanto possa comunque dare fastidio a pelle.

E’ comunque uno strumento urtante, all’apparenza molto strano nei film d’archivio perché per certi aspetti è controintuitivo, dal momento che si parla di immagini “generate”, che non esistevano prima, nonostante esistano da qualcosa di preesistente e siano a modo loro derivate dall’archivio. Di nuovo, è un cortocircuito, anche se mi sto accorgendo che mano a mano diversi festival si stanno aprendo di più a queste forme ibride.

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