a cura di costanza rossi
Presentato in anteprima alle Giornate degli Autori di quest’anno, all’interno dell’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo è un film documentario che nasce sull’onda dell’interesse generata dalla ripubblicazione delle opere dell’autrice a cura della casa editrice La Tartaruga. Figura centrale del femminismo italiano, fondatrice di Rivolta Femminista, nonché critica d’arte e filosofa, Carla Lonzi viene ritratta da Francesca Archibugi in modo intimo e familiare, grazie ai ricordi di Battista Lena (marito della regista) e altri membri della famiglia. Il film incrocia i loro racconti con documenti inediti conservati dalla famiglia e interviste a storiche del femminismo e critiche d’arte, oltre che a membri di collettivi femministi romani degli anni Settanta e di oggi.
Il 23 ottobre, dopo la proiezione di Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo al cinema Modernissimo, evento speciale per l’apertura del festival Archivio Aperto a Bologna, abbiamo partecipato alla conferenza stampa con la regista Francesca Archibugi.

Come si è deciso di lavorare sulla quantità immensa di materiale intorno alla figura di Carla Lonzi?
Archibugi: La ricerca di una mia forma filmica è stata la prima cosa su cui ho lavorato, perché non sono una documentarista. Dopo aver guardato qualche documentario bellissimo ed essermi spaventata, ho capito che dovevo inventare una forma che non assomigliasse a niente. Sono partita certamente da delle immagini ma anche dai testi, cercando di raccontare una storia dentro le parole di Carla, che ha sempre scritto tantissimo, tra il diario (che lei chiama ‘il mattone’) e una quantità di lettere sterminata agli amici, ai parenti, al figlio, ai compagni. Certe cose ovviamente le conoscevo già e poi invece ho fatto molte scoperte nelle lettere. Ho cominciato ad ammucchiare il materiale. C’era parte del materiale in America, a Firenze, Roma. Ho dovuto riprenderlo tutto. Per me il filo conduttore è stato la parola. Avevo idea di lasciare la parola a lei, quindi ho cominciato subito a fare delle prove con l’intelligenza artificiale per ricrearne la voce. Quello è stato il punto in cui ho cominciato a sentire che poteva essere il mio film. Espositivo. Che raccontasse ‘dentro’. Tutti mi dicevano ‘racconta anche la tua esperienza’, invece io ho combattuto il narcisismo del regista, perchè la mia testimonianza è il film. Non sentivo proprio il bisogno di dire che le avevo rubato un paio di pantaloni a diciassette anni, finché Battista a un certo punto si è rotto le scatole e ha girato la telecamera verso di me esclamando ‘ma tu c’eri!’ e allora ho pensato che potesse essere il modo per rivelare questa cosa al pubblico, che non sapeva niente. Se l’avessimo concordato, non sarebbe venuto così spontaneo.
Nel film c’è una stratificazione tra le parole della famiglia, le parole di Carla stessa e quelle delle storiche e delle femministe intervistate. Questa sovrapposizione sembra voler creare una rappresentazione di Lonzi che alterni il ‘dentro’, ovvero lo sguardo della famiglia, con il ‘fuori’, la sua immagine pubblica. Il montaggio ha cercato un equilibrio tra immagini più intime e familiari e altre pubbliche e più istituzionali?
Archibugi: Io non sono così intellettuale. Sono una regista, quindi lavoro sull’impulso di ciò che mi sembra bello e ciò che mi sembra brutto. Non c’è altro criterio che esprimere qualcosa che susciti delle emozioni. Dall’interno tu non sai cosa stai facendo, nemmeno quando fai un film di finzione. Tu senti una cosa e la segui. Un film è una sedia: tu devi fare una cosa che stia in piedi e poi devi scegliere com’è la spalliera. Se è liscia, tornita, eccetera. Tu sai che ci sono modi per raccontare e ne trovi anche di altri, soprattutto se ti avventuri in un tipo di lavoro che non hai mai fatto. Quindi io non so bene parlare di che cosa ha spinto all’inizio. Posso parlare tecnicamente come poi abbiamo lavorato con Jacopo Quadri, il montatore, e la sua assistente, Isabella Guglielmi. Riscrivi. Hai un’immagine di Carla e hai una parola di un’intervistata e tu devi creare una sequenza che racconta una cosa perchè tu in quel momento hai bisogno di raccontare quella cosa.
Il film usa l’intelligenza articiale per ricreare la voce di Carla. Questa scelta ha cambiato la struttura del film, considerato che è una cosa che fino a qualche anno fa non si poteva fare?
Archibugi: Certo. Non ti so nemmeno dire io il perchè, ma ha modificato tantissimo la possibilità di fare quel film. La regia è comunque un’arte che ha un fortissima componente tecnica. Nei miei film cerco di far sì che lo spettatore non si accorga che c’è qualcuno che sta raccontando. Questa cosa passa attraverso delle scelte estetiche molto spesso automortificanti. Se tu usi un piccolissimo carrello inavvertitamente, che gira sul personaggio e va a prendere la quinta di lato, nessuno se ne accorge. Nessuno ti dice: ‘ammazza che inquadratura!’, eppure in quel momento si sprigiona la magia. Il mezzo tecnico è una cosa che va dominata, ma non con l’idea di farlo completamente, perchè è impossibile.
Il film sarà proiettato nei cinema italiani come evento speciale lunedì 26, martedì 27 e mercoledì 28 ottobre.



