recensione a cura di marco meneghin
L’economia globalizzata è costituita da paesi che assorbono manodopera e altri da cui essa viene sottratta. Il Camerun appartiene a questa seconda categoria. Come molte altre nazioni un tempo colonizzate, è stato privato della sua forza lavoro giovane e qualificata a vantaggio dell’Occidente, lasciando indietro le fasce di popolazione considerate non produttive. È il caso degli anziani, costretti ad affrontare la solitudine quando i figli si disperdono nel mondo, impossibilitati a restare accanto a loro per prestare assistenza o semplicemente per offrire compagnia. Queste sono le premesse politiche de La Maison du Vent, il meraviglioso debutto al lungometraggio del camerunense Auguste Kouemo Yanghu, vincitore del premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” e del premio speciale della giuria nella sezione Orizzonti della ottantatreesima edizione del Festival del Cinema di Venezia.

Josette è una vedova ottantenne che vive sola nella sua casa di Yaoundé. La sua vita si svolge principalmente attraverso il telefono e il computer portatile, gli unici strumenti che le permettono di restare in contatto con i numerosi figli residenti in Francia, Belgio, Spagna e altrove. Fa parte anche di un’associazione femminile, ma sembra partecipare agli incontri più per la necessità di avere un motivo per uscire di casa che per un reale desiderio di appartenenza alla comunità. Il suo unico impegno attivo consiste nel seguire la costruzione di una nuova casa per il figlio maggiore, nella speranza che il suo completamento possa, col tempo, favorire il ritorno dei figli. Nei suoi spostamenti tra casa, internet point e il cantiere della nuova abitazione, incontra Sarah, una giovane in conflitto con la famiglia che vende per strada succhi miracolosi. Il loro incontro turberà gli equilibri della vita di Josette e metterà in luce le molteplici problematiche che affliggono diversi strati della società camerunese.

Con La Maison du Vent, Auguste Bernard Kouemo Yanghu ha creato una storia splendida e ricca di chiavi di lettura. Vi è il livello più intimo, legato all’empatia verso una madre che affronta una solitudine imposta da dinamiche economiche incontrollabili. Vi sono poi le difficoltà di Sarah, divisa tra le pressioni per un matrimonio tradizionale e l’amore sincero per un uomo francese; un sentimento spesso frainteso, visto da altri come un mero tentativo di ottenere una relazione che le permetta di lasciare il paese. Infine, emergono le preoccupazioni e le istanze dei figli di Josette: combattuti tra il desiderio di accoglierla nelle proprie case e la consapevolezza che la presenza di qualcuno nel paese d’origine aumenta le probabilità di un loro eventuale ritorno. Tutti questi fili narrativi sono gestiti attraverso un attento equilibrio della sceneggiatura, che alterna le vicende vissute da Josette nella prima parte per poi concentrarsi maggiormente su Sarah nella seconda. Ho apprezzato in particolare il modo in cui Sarah, inizialmente presentata come un eccentrico personaggio secondario, finisca per diventare una vera e propria co-protagonista entro la fine del film.

La sua storia approfondisce la condizione di chi viene lasciato indietro dall’attuale sistema economico, mettendo in luce il ruolo giocato dai pregiudizi di genere. Mentre Josette è costretta nel ruolo di chi si prende cura degli altri – prima dei figli e poi dei loro interessi economici in Camerun – Sarah viene etichettata come una donna in cerca di una miglior passaporto attraverso la vendita del proprio corpo. Le reali intenzioni e i desideri di entrambe le donne vengono quindi fraintesi, emergendo in tutta la loro sincerità solo quando riescono finalmente a instaurare un rapporto paritario e affettuoso l’una con l’altra. C’è però una terza protagonista: la casa (o meglio, le case). La casa di Josette è un tempio dedicato a ciò che è stato e che non tornerà più. Le pareti color ocra, lo stile classico e le fotografie dei familiari appese ovunque testimoniano uno status ormai perduto, come sembrano perduti tutti i membri del nucleo familiare. Josette si aggira per le stanze come un’anima in pena, cercando di mantenere l’ordine: raddrizza le cornici leggermente storte e chiude le finestre quando il vento minaccia di sconvolgere l’assetto che cura con tanta attenzione. C’è poi la casa che sta costruendo per i suoi figli. Questa abitazione incarna le speranze per il futuro, ma il suo stile è un ibrido tra le strutture locali e le tipologie di ambienti e arredi a cui i figli sono abituati in Occidente. Gli interni sono minimalisti e bianchi – dal colore delle pareti al marmo dei pavimenti – e riflettono una modernità globale vissuta in modo uniforme in ogni parte del mondo. La sua natura generica simboleggia l’omologazione del sistema economico globale e l’influenza del design occidentale, spesso percepito erroneamente come sinonimo di modernità a livello internazionale.
La Maison du Vent è un’opera prima eccezionale. La storia è ben costruita, i personaggi principali sono ricchi di sfumature e coinvolgenti, e le tematiche affrontate sono trattate con grande complessità. Inoltre, c’è una fantastica scena di karaoke: per me, un grande punto a favore!



