recensione a cura di marco meneghin
È ormai evidente a chiunque non sia completamente impazzito che una delle vittime del genocidio a Gaza è il giornalismo. Non solo per il massacro di giornalisti perpetrato da Israele in Palestina, Libano, Siria e Iran, ma perché l’ingenua idea di una comunità giornalistica globale sempre solidale con i colleghi si è rivelata una crudele menzogna. In Occidente questo è particolarmente vergognoso: sentiamo continuamente appelli da parte di emittenti come BBC, CNN e Rai al governo israeliano affinché permetta ai giornalisti di entrare a Gaza. Ma i giornalisti sono già a Gaza e vengono massacrati mentre le grandi testate giornalistiche rimangono in silenzio. Per loro non sono giornalisti, sono fonti, solitamente sottopagate per materiale prezioso e liquidate come possibili terroristi non appena Israele li uccide e rilascia una dichiarazione in cui li definisce membri di Hamas.

Citizen Osama di Ahmed Hassouna è uno dei film provenienti direttamente da Gaza che fa vedere cosa significa fare il giornalista nella striscia sotto assedio. Il film segue un anno nella vita di Osama, un fotografo diventato cronista, il cui lavoro consiste nel documentare la distruzione della sua terra e l’uccisione del suo popolo. Hassouna, che ha contribuito al film antologico From Ground Zero, un’importante raccolta di cortometraggi di registi gazawi prodotti in loco nei primi mesi del genocidio, decide di seguire Osama mentre osserva la distruzione che lo circonda e cerca anche di prendersi cura della sua famiglia. Il film inizia con la nascita del figlio di Osama all’inizio della guerra, e il trascorrere del tempo è scandito dalla crescita del bambino, da neonato a bambino di un anno. Durante questo periodo Gaza viene distrutta: attraverso gli occhi di Osama vediamo l’esodo della gente da nord a sud e di nuovo a nord, i bombardamenti e la completa distruzione di interi isolati, il sangue che ricopre le strade dopo un attacco di droni, il pericolo di essere uccisi da casse di aiuti umanitari che cadono dal cielo.

Questi orrori si vedono a livello della strada e spesso sono un mix di filmati girati con GoPro, cellulari e reflex digitali: una varietà di formati che testimonia la tenacia dei giornalisti di Gaza nel diffondere le notizie con qualsiasi mezzo disponibile, ma anche la precarietà delle infrastrutture giornalistiche sul campo, con dispositivi spesso distrutti o danneggiati e una connessione internet che viene interrotta di frequente. Ma ciò che rende speciale il film è il tempo che dedica allo studio delle dinamiche familiari di Osama e della sua cerchia di colleghi e amici. Sono costantemente in movimento, braccati dai bombardamenti israeliani e dalla violenta occupazione della Striscia. Mentre Osama è fuori a fare reportage, cerca anche cibo, porta a casa l’acqua dalla pompa più vicina e si informa se i suoi colleghi siano ancora vivi o siano stati uccisi.

La sua famiglia ha sentimenti contrastanti riguardo al fatto che lui sia sempre fuori e nelle zone più pericolose della Striscia. I genitori di Osama cercano di tenerlo a casa, e sua madre è particolarmente insistente nelle sue suppliche. Cedono solo quando la loro casa viene danneggiata dai bombardamenti e si rendono conto che non c’è più un posto sicuro a Gaza. Sua moglie non appare molto nel film, ma nelle poche scene in cui è presente offre un punto di vista diverso: dovrebbe essere lei a preoccuparsi di più per il lavoro di Osama, considerando che è anche una neomamma con un bambino piccolo da accudire, eppure sembra essere quella che comprende meglio di chiunque altro ciò che fa il marito. Gli resta accanto quando riceve la notizia dell’uccisione di un collega e non cerca mai di costringerlo a rimanere a casa. La sua fermezza deriva dalla consapevolezza che il pericolo è inevitabile e che tanto vale sfruttare al meglio la vita che resta, che si tratti di crescere una famiglia o di fare giornalismo.

E naturalmente vediamo i giornalisti al lavoro. Sono lì dopo che una bomba ha colpito un edificio e documentano l’estrazione dei sopravvissuti dalle macerie. Sono testimoni della distruzione causata dai bombardamenti, dello sfollamento della popolazione, cercano di capire quale dei droni che sorvolano incessantemente Gaza colpirà e dove. Si riuniscono negli ospedali dove la connessione internet è più stabile e lì condividono un drink, qualche parola e delle battute terribili che li fanno ridere a crepapelle. Sono anche i primi a ricevere la notizia della morte di un giornalista, i primi a vedere e filmare i corpi dei loro colleghi, e sono costantemente consapevoli che il loro giubbotto blu con la parola “PRESS” scritta sopra è diventato un bersaglio anziché una protezione.
Citizen Osama, come tutti i media che provengono da Gaza, è un documentario imprescindibile. Non è solo un documento necessario di un genocidio, ma è anche una celebrazione del coraggio dei giornalisti che continuano a fare il loro lavoro nonostante la violenza che subiscono.



