intervista a cura di marco morelli
È appena terminata la première di 15/18: A place to heal di Cédric Kahn, un toccante ritratto di un reparto di neuropsichiatria infantile e di tutte le figure che lo animano. Nel contrasto tra dentro e fuori l’istituzione ospedaliera, il film mostra il meticoloso lavora di ricerca dell’autore sulla salute mentale degli adolescenti, più che mai precaria in questo periodo storico in Francia come nel resto del mondo. Abbiamo avuto occasione di prendere parte alla mini-press organizzata da I Wonder Pictures, distributore dell’opera, prima della conferenza stampa al Palazzo del Casinò; di seguito, riportiamo alcuni estratti delle domande poste dai giornalisti presenti.

Dopo la pandemia sono aumentati i numeri degli adolescenti con problemi di salute mentale, anche a causa della solitudine e della chiusura contribuisce. Il film lancia un messaggio forte sull’importanza del senso di comunità e di gruppo: quanto, secondo lei e la sceneggiatrice [Kahina Le Querrec, ndr], la collettività può aiutare questi ragazzi?
Cédric Kahn: «Il covid sicuramente ha peggiorato la situazione, ma non è certo stata l’unica causa. Ci sono tantissimi disturbi e problemi che derivano dall’ambito familiare: abusi sessuali, violenza a scuola e in famiglia. Forse, dopo la pandemia c’è stata una sorta di esplosione mediatica e adesso si parla maggiormente dei disturbi psichiatrici di giovani e non: lo vedo quasi come un fenomeno positivo. La dimensione collettiva, invece, per me è proprio il cuore e l’essenza del film. Da un lato c’è il collettivo degli operatori sanitari e del personale, in cui includo non solo lo psichiatra ma anche l’infermiera, la cuoca o la donna delle pulizie; al loro fianco, c’è il gruppo dei ragazzi. Credo che questa dimensione collettiva possa essere anche una forma di cura per come l’esperienza di uno influisca sull’esperienza dell’altro, per questo, ho voluto fare un film di gruppo, non focalizzato su un solo caso o personaggio. Infine, per me è molto importante che il reparto sia un luogo di tolleranza, in cui viene accettata e accolta la fragilità, perché nella nostra società non è particolarmente benvista».
A proposito delle fragilità e del disequilibrio, in virtù anche di quello che avviene nella vita di questi personaggi, quanto questi disturbi derivano effettivamente da contesti familiari difficilissimi?
Cédric Kahn: «Non sempre, ma sfortunatamente nella maggior parte delle situazioni è vero; è ancora un po’ tabù che dei genitori possano fare del male ai propri figli adolescenti, ma nella maggior parte dei casi è così. In realtà, io mi sono confrontato con i medici con toni molto negativi rispetto ai genitori e sono stato ripreso, poiché non ho il diritto di esprimermi in questo modo o di giudicare. I genitori sono l’ultimo grande tabù, la famiglia non si tocca».
Lei ha svolto un corposo lavoro di analisi attraverso visite nei reparti di neuropsichiatria infantile: l’idea del film esisteva già prima di fare questa ricerca o è venuta dopo? Nel primo caso, come è cambiata dopo aver visitato veramente quei luoghi?
Cédric Kahn: «Assolutamente: l’idea c’era fin da subito, però doveva essere in qualche modo incarnata e questo era possibile solo dopo questo lungo lavoro di osservazione che è servito, soprattutto, a raccogliere le storie di questi ragazzi. Tutte le storie che troviamo adesso nella sceneggiatura ci sono state raccontate direttamente, e vi assicuro che la realtà supera ampiamente l’immaginazione: alla fine avevamo un catalogo di orrori, come alcuni abusi su neonati, e nel film non abbiamo nemmeno inserito le storie peggiori».
Il suo contatto diretto con il film è mostrato attraverso la sua presenza come attore agente: volevo capire il coinvolgimento del teatro dell’arte all’interno del film e anche della natura, nella meravigliosa fuga finale, liberatoria e necessaria.
Cédric Kahn: «La risposta è già, in qualche modo, nella domanda. Avevo deciso che avrei interpretato lo psichiatra a uno stadio iniziale del progetto, prima ancora di fare il casting degli attori. Non so bene perché: so che è sempre stata un po’ la mia fantasia e che trovo interessante questo ruolo; inoltre, avevo anche voglia di mettermi allo stesso livello degli altri attori per interagire con loro. Lo psichiatra per me, in questo caso, è come se fosse il regista di un film [all’interno del reparto, ndr]. Vorrei dire anche qualcosa sull’utilizzo di questi atelier artistici e sul ruolo della natura: c’è qualcosa di più importante per noi? L’idea del film è mettere assolutamente al centro l’idea della cura, sia nella sua forma più tradizionale che, appunto, attraverso forme più di finzione. La scena finale di Eloïse nella foresta, quando si ricorda del trauma che ha subito, è incentrata sull’idea di cura, come anche le scene di amicizia tra i giovani».
Collegandomi a questo, il role-playing svolge nel film una funzione di terapia di gruppo. Anche il cinema può avere un potere curativo?
Cédric Kahn: «Sì: ho iniziato a fare cinema a 25 anni, ho svolto il mio primo ruolo da attore a 45 e l’ho presa sempre come un’esperienza importante a livello personale ancor più che professionale. Penso che tutti dovrebbero fare gli attori, “vestirsi” nel teatro, perché essere attore è un po’ come fissare un appuntamento con se stessi e riuscire ad esprimere le proprie emozioni attraverso il corpo, riprendendo con questo una forma di connessione. Credo fortemente che il cinema, come d’altronde tutte le arti, abbia una funzione terapeutica. Inoltre, ritengo importante che ciascuno trovi il modo per esprimere le proprie emozioni, e che sia tremendo vivere una vita in cui manca questo spazio, qualunque esso sia».

Come ha lavorato con i ragazzi rispetto al gruppo di operatori medico-sanitari?
Cédric Kahn: «Come detto in precedenza, nel film sono presenti due entità: con i più giovani tutto è stato semplice, con gli adulti, tutto complicato [ride, ndr]. Per darvi un’idea, ho fatto delle prove prima delle riprese con i giovani e mi sono fermato quasi subito: ho pensato che fossero prontissimi; con gli adulti, avrei potuto continuare per un mese a fare prove, questo perché tendiamo a farci troppe domande. Gli adolescenti, invece, sono più spontanei e organici nel modo in cui interpretano i loro personaggi; da adulti, invece, diventa tutto troppo intellettuale, ci confrontiamo troppo con la vita. Devo riconoscere che ho avuto veramente fortuna con questo gruppo di giovani che ho messo insieme perché ha funzionato veramente in modo incredibile: mi sono limitato a metterli di fronte alla videocamera e poi la vita è uscita da sola. È stato un vero miracolo, di quelli che succedono solo al cinema».
Ci sono due scene in particolare che mi hanno molto commosso e mi hanno ricordato proprio il significato del titolo A place to heal. La prima è una delle scene centrali, in cui a una delle protagoniste viene chiesto se ha programmi per il futuro e lei risponde di voler fare la fioraia: mi ha molto commosso perché mi ha fatto capire in che modo, nel futuro, il significato del titolo potesse essere ripreso appunto come cura. La scena viene accompagnata anche da una musica di apertura: a livello di sceneggiatura, che tipo di significato ha assunto questa scena?
Cédric Kahn: «Sono d’accordo: questo è uno dei vari momenti abbastanza incredibili e molto commoventi del film, perché è un esempio di quando, partendo da una situazione veramente tragica in cui versa un ragazzo, vediamo all’improvviso una luce di speranza in fondo al tunnel. Questo aspetto mi tocca molto e lo sento anch’io ogni volta che ci sono delle scene del genere. È una reazione simile a quella suscitata dal ragazzo [con sintomatologia psicotica, ndr] che arriva all’inizio, molto chiuso in se stesso, che balbetta ma che alla fine, invece, con i genitori sorride e tornerà a casa: mi ha dato lo stesso senso di speranza. Credo che quando un ragazzo sta meglio sia una vittoria, non solo per lui, ma anche per i genitori, per gli operatori sanitari e per tutta la società».
Non poteva esserci chiusa migliore per l’intervista e per il film: il tema della salute mentale di infanzia e adolescenza rappresenta un’emergenza anche in Italia e 15/18 ne fornisce un affresco molto competente e consapevole.



