recensione a cura di marco morelli
L’atteso ritorno a Venezia di Werner Herzog si apre con due sorelle, interpretate da Rooney e Kate Mara, che raccontano di essere state svegliate dallo stesso sogno; poco dopo, le vediamo in una stanza in mezzo agli uccelli, il cui cinguettio straziante ricorda lo splendido finale di Aguirre con il rumore incessante delle scimmie scoiattolo. Occorre specificare che le esperienze di mutual dreaming sono ancora scarsamente riconosciute dalla comunità scientifica [1] e lo stesso Freud, per quanto disprezzato da Herzog, abbia sempre disconosciuto il fenomeno. Per questo, più che fornire all’opera un livello di lettura psicanalitica, l’incipit di Bucking Fastard la inquadra da subito all’interno del framework herzogiano e, in particolare, della lotta tra natura e civiltà.

In questo, Bucking Fastard ricorda Kaspar Hauser: come il film del 1974 è, infatti, basato su due figure fuori dall’ordinario realmente esistite, le gemelle Freda e Greta Chaplin, conosciute per parlare spesso all’unisono. Questo aspetto è ripreso da Herzog nella consueta chiave sarcastica e serve a rimarcare la differenza che le sorelle hanno rispetto al contesto in cui vivono. Creature analogiche in un mondo digitale, predisposte a vivere in simbiosi in un’epoca sempre più individualizzante, nella loro naturalezza le sorelle Holbrooke rappresentano una forma di meraviglia che contrasta la corruzione causata dal processo tecnologico ai danni della natura: non è un caso che le istituzioni siano rappresentate come ottuse, inette e poco propense alla comprensione.

Se Ghost Elephants aveva sottolineato l’immensità della natura e l’insignificanza dell’uomo di fronte ad essa [2], Bucking Fastard sembra voler confermare l’idea di quanto sia inutile cercare di domarla. Per questo, a poco servono i tentativi di sublimare e canalizzare le pulsioni di amore e morte provate, sempre in maniera condivisa, dalle sorelle: l’unica, tremenda soluzione è una netta chiusura come vediamo nel finale, un curtain call che chiude la possibilità di dialogo con un linguaggio altro a causa dell’inettitudine del mondo contemporaneo.
[1] McNamara, P., Dietrich-Egensteiner, L., & Teed, B. (2017). Mutual dreaming. Dreaming, 27(2), 87.
[2] Wu, H. (2024). Dwelling in Active Serenity: Nature in Werner Herzog’s Cinema. Open Cultural Studies, 8(1), 20240019.



