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approfondimento a cura di costanza rossi

La selezione de Il cranio e i suoi occhi parte dall’incredibile diario di Shuhei Hatano, dal titolo Radiance (Giappone, 2023, 18′), che raccoglie centinaia di frammenti della vita quotidiana del regista. Tra inquadrature sulle tenere mani della sua piccola bambina e canzoni sui tulipani che sbocciano, Hatano socchiude le finestre di casa sua affinché il pubblico possa intravedere ciò che accade all’interno. Il montaggio ha un ritmo dinamico e sfrutta inaspettati parallelismi tra le cose filmate, appoggiandosi a lettere che il regista ha scritto commentando la fase della vita in cui si trova, il motivo per cui filma e l’apporto di sua figlia nel suo modo di osservare le cose intorno a loro. I frammenti riassemblati restituiscono una quotidianità fatta di momenti tanto magnifici quanto impercettibili, per via della loro brevità. Si tratta di un tipo di istantaneità che appartiene alle vite di tutti noi, per questo Radiance dà l’impressione di essere filmato tra le pareti di casa nostra tanto quelle di Hatano, ed è dolce nel restituirci tutti questi attimi che vanno persi nel momento stesso in cui li viviamo.

«Radiance» di Shuhei Hatano (Credits: Laterale Film Festival)

Il secondo titolo della selezione, on March 20th di Zoey Gu (Regno Unito, 2026, 11′), usa anch’esso frammenti di riprese fuori contesto dalla quotidianità della regista, ma in modo molto meno dinamico del film precedente e, se vogliamo, in maniera trasfigurante. Con l’aggiunta di didascalie che propongono soprattutto interazioni con altre persone senza senso di continuità, Gu, al contrario di Hatano, decontestualizza le proprie riprese, attribuendo al cortometraggio un effetto straniante e stralunato. Si viene così a comporre un effetto di loop o glitch nella realtà quotidiana da cui le immagini vengono fuori, producendo uno stile visivo estremamente coeso.

Ancraophobia di Mahda Purmehdi (Stati Uniti, 2025, 8′) è allineato con i due corti precedenti per quanto riguarda il carattere frammentario delle sue inquadrature, ma spinge per una decontestualizzazione ancora maggiore, non includendo alcuna parola, scritta o pronunciata. Con la pellicola usata che man mano perde in variazione cromatica per farsi rossa e graffiata, Purmehdi si interessa di spazi vuoti in una cittadina americana come tante, in Colorado, lasciando in sottofondo il solo grido del vento. Il titolo del lavoro lascia intendere che questo suono sia centrale nella decodificazione delle immagini, visto che l’ancraophobia è l’irrazionale paura del vento che soffia. 

Laterale Film Festival
«Ancraophobia» di Mahda Purmehdi (Credits: Laterale Film Festival)

Girato di notte per le strade di Parigi, Les Mains Négatives di Marguerite Duras (Francia, 1979, 13′) costituisce una svolta intimista nel gruppo di film selezionati, dove la parola torna a essere centrale. Duras legge un testo che ha scritto su delle pitture rupestri, montandolo su immagini girate in macchina nel passaggio tra il giorno e la notte, con una luce blu che accentua la melanconia suggerita dalla musica usata come colonna sonora. Le parole della scrittrice si perdono in coerenza come le immagini tra le strade della capitale francese, ci troviamo quindi a vagare senza meta con una vaga sensazione di perdita e irrequietezza. Marguerite Duras probabilmente se ne compiace.

Laterale Film Festival
«Les Mains Negatives» di Marguerite Duras (Credits: Laterale Film Festival)

Traces di Antoni Orlof (Polonia, 2025, 13′) riprende idealmente il viaggio nella notte di Duras, cominciando anch’esso in macchina con il buio che prevale su ogni cosa. Le strade illuminate nella notte sembrano suggerire uno spostamento che ha tre tappe principali, in posti remoti e rurali che vengono mostrati con la luce del giorno, come tre capitoli o sottosezioni interne. Al confronto degli altri cortometraggi questo manca di potenza evocativa, soprattutto a causa dell’uso un po’ melenso della musica, che compare a tratti e lo fa assomigliare al finale di un film un po’ triste, in cui i protagonisti si separano alle soglie del giorno prima che scorrano i titoli di coda. Se paragonato poi al lavoro che chiude la selezione, A Trace di Sabira Parajuli (Stati Uniti, 2026, 3′), anche il titolo non sembra così azzeccato nel lasciare una suggestione a partire dalle immagini mostrate. 

Laterale Film Festival
«A Trace» di Sabira Parajuli (Credits: Laterale Film Festival)

Quest’ultimo lavoro, cominciando con uno spostamento in macchina accompagnato dall’ululato del vento, ricorda qualcosa di già visto, tuttavia sfruttando il sound design in maniera molto interessante, ricostruendo luoghi che non vengono mostrati, riesce in pochi minuti a sollevare molte domande sulla relazione tra le immagini e i suoni a loro sovrapposti. Il cranio e i suoi occhi lascia, in questo modo, il pubblico con una sensazione di essere di fronte a posti inaccessibili, che la camera è solo in grado di abbozzare. Questo senso di irraggiungibilità è affascinante nel suo essere plasmato soprattutto con suoni e voci, che suggeriscono un altrove che resta celato agli occhi. È forse in questa dicotomia che Laterale Film Festival voleva farci perdere? Nell’incastro e nella distanza tra un elemento e l’altro? L’incompatibilità di ciò che registrano i sensi nel ricostruire una percezione completa della realtà intorno a noi? 

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