approfondimento a cura di virginia maciel da rocha
Il FeKK Short Film Festival, festival internazionale di cortometraggi, svoltosi a Lubiana dal 17 al 22 agosto, si è appena concluso. Arrivato alla sua dodicesima edizione, il festival ha visto ogni anno una partecipazione di pubblico sempre più grande, non solo per quanto riguarda i frequentatori locali di cinema, ma anche a livello internazionale. L’offerta culturale del festival, che ogni anno declina un tema specifico, non si limita alla programmazione di cortometraggi nazionali e internazionali, ma lascia anche spazio a sezioni dedicate ai più piccoli e si apre ad alcune sessioni di curatela esterna, con programmers che interpretano dal loro punto di vista il tema proposto. Quest’anno, come omaggio all’opera del regista Werner Herzog, il titolo del festival era Lessons of Darkness, riprendendo l’omonimo mediometraggio girato in Kuwait nel 1992 dal cineasta tedesco e incentrato sulla Guerra del Golfo.

Il medio (o “quasi lungometraggio”, vista la durata che rasenta un’ora di tempo) si configura come un’indagine sulla distruzione provocata in Kuwait dalla sete di potere di un manipolo di uomini, che ossessivamente inseguono il petrolio e, di conseguenza, il fuoco che il materiale combustibile accende facilmente. Il buio del petrolio unito a una cieca avidità finisce per impartire una lezione sullo spettatore e lascia una domanda aperta su come la vita senza il fuoco – lo stesso elemento che nella storia dell’evoluzione ha contraddistinto l’essere umano dal resto delle specie animali e che ora rischia di portarlo all’estinzione – sia diventata impossibile per questi pochi potenti. L’apertura del festival, affidata al documentario, non ha però dettato il tono e l’atmosfera del resto della programmazione; infatti, come i direttori artistici Peter Cerovšek e Matevz Jarman hanno evidenziato durante la cerimonia, il buio, soprattutto quello della sala cinematografica, ha ancora molte lezioni da offrire e non si tratta di una forma d’arte secondaria o d’intrattenimento, ma fondamentale per capire e analizzare il nostro presente.

A Herzog, che presto vedremo in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia con il famigerato (e apparentemente rifiutato dal Festival di Cannes) Bucking Fastard, è stata dedicata una retrospettiva e sono stati mostrati al pubblico corto e mediometraggi realizzati nell’arco della sua carriera. In due distinte conversazioni e in maniera per niente casuale, una con il direttore artistico del festival, Matevz, e l’altra con la regista spagnola Gala Hernández López – è venuto fuori un pensiero comune sull’importanza politica che, spesso, la forma del cortometraggio riveste all’interno del mondo cinematografico. Un cortometraggio, al contrario di un lungo per cui servono molte più attrezzature, organizzazione e banalmente tempo, ha una gestazione molto più veloce e ridotta; di conseguenza è in grado di catturare lo Zeitgeist in maniera pressoché immediata, fornendo impressioni e sensazioni quasi in tempo reale. Un lungometraggio, invece, può avere la sfortuna di invecchiare male o, nel caso di documentari, di apparire già obsoleto tra il momento in cui viene realizzato e quello in cui, effettivamente, inizia a essere visto.

La retrospettiva sui lavori di Herzog, però, ha messo in evidenza la capacità dell’autore di creare opere senza tempo e quasi, come bolle di sapone, isolate dal contesto in cui sono state riprese. Ad esempio, trascendendo l’hic et nunc di una gara di salto con gli sci, il regista ha saputo registrare e immortalare il senso di euforia dato dal correre costantemente un grande pericolo. Ne L’estasi dell’intagliatore Steiner (The Great Ecstasy of Woodcarver Steiner, 1974) il regista segue lo sciatore professionista Walter Steiner in alcune gare della stagione invernale tra il 1973 e il 1974. La riflessione che emerge, dal costante spingersi oltre dello sciatore e superare i suoi stessi record (e limiti, non senza alcune rovinose cadute) è, in fin dei conti, una riflessione sullo spazio e su quanto l’uomo si senta in dovere (o abbia la necessità) di trovare ambienti alternativi in cui potersi misurare, non solo con i propri pari, ma con la natura direttamente.

Agli antipodi di questo stile di vita, sempre dentro la retrospettiva, troviamo il personaggio del saggio solitario ritratto ne La Soufrière (La Soufrière – Waiting for an Inevitable Disaster, 1977). Al termine del documentario, interamente girato sull’isola deserta di Saint Vincent, in uno spazio sospeso tra l’allerta dell’eruzione del vulcano e l’effettivo verificarsi di questo fenomeno, la ristretta troupe che segue Herzog incontra sul proprio cammino un uomo solo, che decide di non abbandonare l’isola – al contrario del resto degli abitanti – e di aspettare la morte con tranquillità. L’uomo dichiara di seguire semplicemente il volere di Dio, con la stessa calma (o forse, atarassia si dovrebbe dire) che forse solo Lucrezio era stato in grado di descrivere nel De rerum natura. Non ha senso spingersi oltre le proprie capacità, non ha senso cercare una casa alternativa: se l’isola è sempre stata la dimora degli abitanti – che adesso sono fuggiti in massa per evitare le dannose conseguenze del vulcano – è così che deve essere. Il volere della natura viene rispettato e chi decide di oltrepassarlo finisce per non stare alle regole che dominano, in qualche modo, l’universo in cui viviamo.

Il tema degli spazi sembra essere un argomento comune anche nel cinema contemporaneo. Se allarghiamo i nostri orizzonti al concorso internazionale del festival, troviamo il cortometraggio Things Hidden Since the Foundation of the World (2025) diretto da Kevin Walker e Irene Zahariadis. Il corto, interamente girato sull’isola greca di Nisyros, nel villaggio di Nikia, mostra una questione particolare con cui i nove abitanti del piccolo paesino devono avere a che fare: disseppellire i resti dei vecchi defunti per fare spazio a quelli nuovi. La scena iniziale, due anziani signori che si tengono per mano mentre ognuno legge il proprio libro nella tranquillità del salotto di casa, dà il via all’indagine che il documentario si propone di portare sul grande schermo: «Sapevamo che sarebbe successo», dichiara l’anziana signora della coppia. Così, mentre la camera vaga per le pittoresche strade deserte, inizia il racconto delle decisioni che vengono prese a riguardo: non è possibile trovare uno spazio alternativo perchè tutta la terra intorno è stata venduta e comprata. La critica alle pratiche del tardocapitalismo, in grado di fagocitare qualsiasi cosa e così pervasive da arrivare fino a una remota isola greca, non si spinge oltre a questo commento – ma forse è proprio qui che sta la poesia del lavoro di Walker e Zahradis: le immagini parlano chiaro e le parole sono superflue. La ricerca dello spazio vitale avviene a spese di coloro che, verosimilmente, hanno costruito quello stesso spazio su cui, in un futuro non troppo remoto, verranno edificate costruzioni di cui gli abitanti di Nikia a malapena fruiranno.

Se, da una parte, l’urgenza degli spazi concreti spinge gli abitanti dell’isola ad adottare situazioni inusuali per ovviare al problema, dall’altra il crescente bisogno di un luogo dove esprimersi senza giudizi esterni si concretizza nel mondo di internet, con nuovi e potenzialmente infiniti spazi digitali che rispondono a qualsiasi bisogno umano. Il tema dello spazio esteso viene indagato nel profondo dai lavori di Gala Hernández López, che con i propri corto e mediometraggi ha portato avanti una ricerca nei meandri dell’internet e come questi finiscano per influenzare la vita di tutti i giorni di soggetti più fragili e con pochi strumenti a disposizione per contrastare gli effetti del tardocapitalismo sulle proprie vite. Con La meccanica dei fluidi (The Mechanics of Fluids, 2022) la regista e ricercatrice indaga, partendo da un subReddit, il mondo della manosphere online: in che modo un forum di incels (involutary celibate «celibe involontario, contro il proprio volere) può avere ripercussioni concrete sulla vita di una persona? Attraverso la ricerca di un utente che minaccia di commettere suicidio, in una sorta di acchiappino digitale, Hernández López prova a capire se, effettivamente, questa persona sia ancora in vita o meno. Nel farlo, cade in una trappola, come una novella Alice nel Paese delle Meraviglie: quello che si nasconde dietro lo specchio, sotto la superficie di un comportamento tossico e macchiata, è in realtà un sistema malato e alimentato da dinamiche di potere terribilmente disequilibrate, i cui danni veri e propri, in ultima istanza, sono proprio le persone comuni che “inciampano” in questi meccanismi per caso – quando la vita reale, quella di tutti i giorni, non è soddisfacente abbastanza.




