approfondimento a cura di costanza rossi
All’uscita di Afire (Christian Petzold, 2023), il ruolo del cambiamento climatico nella storia fece molto parlare del film. Invece di inscenare un eco-thriller, come Night Moves (Kelly Reichardt, 2013) o How to Blow Up a Pipeline (Daniel Goldhaber, 2022), Christian Petzold decise che i suoi personaggi avrebbero ignorato una minaccia concreta, sintomo del cambiamento climatico in Germania, per gran parte della narrazione. Facendo dei fuochi estivi che devastano la foresta vicino a dove i protagonisti sono in villeggiatura un fattore ordinario e marginale, Afire non solo voleva criticare implicitamente il nostro modo di affrontare il cambiamento climatico al di fuori del cinema, ma anche come quest’ultimo condizioni il nostro modo di agire.

Secondo uno studio quantitativo condotto da Matthew Schneider-Mayerson, dal titolo “The Presence and Portrayal of Climate Change and Other Environmental Problems in Popular Films,” nonostante la sua crescente urgenza, questo tema è per lo più assente nel cinema contemporaneo. Lo studio si è concentrato sulle più grandi produzioni dell’ultimo decennio (dal 2013 al 2022), analizzando con quale frequenza apparissero in esse temi come la deforestazione, l’inquinamento dell’aria e l’estinzione delle specie animali. I risultati indicano un vero e proprio distacco tra i rischi ambientali più improrogabili e le narrazioni dei film più popolari dell’ultimo decennio. Se si pensa al ruolo che l’intrattenimento sta avendo nel dare visibilità ad altri temi, come una maggiore inclusione nelle società occidentali della comunità LGBTQ+, si può capire la rilevanza del silenzio intorno ai cambiamenti climatici nelle trame dei film di oggi. Mappando la conversazione culturale intorno a questo tema (o per meglio dire la sua assenza), la ricerca spinge anche a una riflessione sul genere cinematografico dei ‘climate disaster blockbusters’ e quello degli ‘eco-thriller’.

Nei primi anni duemila, l’incredibile successo di The Day After Tomorrow (Roland Emmerich, 2004), in cui un climatologo scopriva l’imminente avvento di una glaciazione per poi confrontarsi con i suoi devastanti effetti, rivelò un grande interesse da parte del pubblico per le possibili conseguenze catastrofiche dei cambiamenti climatici. Questo incoraggiò produzioni come 2012 (Roland Emmerich, 2009), Snowpiercer (Bong Joon Ho, 2013) o Wall-E (Andrew Stanton, 2008), tra le altre, la cui premessa è la radicale distruzione degli ecosistemi del pianeta, a cui la specie umana deve trovare modo di opporsi. Diverse sottocategorie si sono sviluppate in seguito sotto la più vasta etichetta di ‘climate disaster blockbusters’ e un esempio è quella che si concentra sui tornadi e include film come Into the Storm (Steven Quale, 2014) e il più recente Twisters (Lee Isaac Chung, 2024). A prescindere dalla specificità della calamità ritratta, è importante notare come la relazione tra uomo e natura, negli ultimi vent’anni a Hollywood, si sia difficilmente allontanata da narrazioni catastrofiche e apocalittiche. Anche nel caso dei cosiddetti ‘eco-thriller’, un genere sviluppatosi intorno al 2010 che ha come protagonisti giovani attivisti intenti ad ottenere giustizia climatica, non si può negare che le narrazioni usino spesso l’ecologismo come pretesto per dettagliati piani alla Ocean’s Eleven (Steven Soderbergh, 2001) che poco si interessano ai cambiamenti climatici. The East (Zal Batmanglij, 2013) ne è un lampante esempio: escluso l’incipit, la narrazione non si concentra sulle rivendicazioni del gruppo di attivisti al centro della storia, quanto più sui loro elaborati piani di vendetta ai danni dei vertici di tre multinazionali.

Come sottolineato da Becca Warner in ‘The climate films shaping society’, se la rappresentazione dei cambiamenti climatici fosse più diffusa sullo schermo, le persone prenderebbero una diversa consapevolezza dell’impatto che la crisi climatica avrà sulle loro vite. Il rischio di ritrarre i cambiamenti climatici solo nei ‘climate disaster blockbusters’ non è semplicemente che questi vengano associati a qualcosa di lontano nel tempo e nello spazio, di cui non c’è fretta di occuparsi, ma anche che vengano percepiti come qualcosa di fondamentalmente inarrestabile, a cui non si potrà porre rimedio. Come riportato da Warner, diversi studi sociologici sui ‘climate disaster blockbusters’ dimostrano che questo tipo di film contribuisce per lo più ad aumentare un certo senso di impotenza nei confronti del futuro e non spinge a nessun tipo di azione a prevenzione dei cambiamenti climatici. Nel caso degli ‘eco-thriller’ addirittura, la ridicolizzazione degli attivisti climatici, rappresentati spesso come estremisti e terroristi, incoraggia il pubblico a prendere le distanze sia da loro che dalla lotta che rappresentano. In questo modo, il cinema limita la consapevolezza degli spettatori rispetto a delle minacce tangibili e ne contiene le azioni.

Nell’ottica di immaginare un cinema che tratti questi temi in modo da generare emozioni diverse, Warner menziona un episodio di Grey’s Anatomy (il numero tre della diciottesima stagione, dal titolo Hotter than Hell) e lo propone come esempio di quella che potrebbe essere una più diffusa rappresentazione dell’argomento. Nell’episodio, i chirurghi protagonisti della serie sono costretti ad operare in condizioni poco sicure a causa di un guasto nel sistema di aerazione durante una heatwave che ha colpito Seattle. Questa sottotrama presenta agli spettatori una situazione più tangibile dell’avvento di un’era glaciale e meglio si presta a modificarne gli atteggiamenti rispetto alla crisi climatica. Con la decisione di trattare l’argomento in un solo episodio, passa agli spettatori l’idea di un problema con dei confini definiti, più gestibile, che li mette meno in soggezione rispetto a un cataclisma apocalittico. La tesi è che la maggior frequenza della rappresentazione di questo e simili argomenti nei prodotti culturali più consumati in Occidente, renderebbe difficile per l’opinione pubblica ignorare la crisi climatica in corso.

Oltre a menzionare più di frequente l’argomento (mentre scrivevo questo articolo ho trovato una menzione improvvisa nell’ultimo film di Benedict Cumberbatch e Olivia Colman, I Roses, e ne gioisco) e renderlo presente e pressante nel sottofondo delle storie che raccontiamo, sarebbe utile mettere in discussione il nostro modo di immaginarci in relazione alla natura in maniera radicale. Questa messa in discussione è fondamentale per un passo indietro rispetto a quelle che sono le premesse ideologiche di un sistema sbilanciato, dove la comunità umana pesa più di ogni altra su questo pianeta. Anche nel momento in cui i cambiamenti climatici fossero presi in considerazione con la dovuta serietà e sostenuti da pratiche di legiferazione adeguate, dovremmo mettere in discussione il nostro modo di vivere su questo pianeta per assicurarci un futuro su di esso. Al momento, i documentari sono il genere che più si confronta con questo tema, proponendo anche alternative ai modelli di vita e comportamento in uso.

Anche alcuni lungometraggi animati stimolano il dibattito, come Lorax (Chris Renaud e Kyle Balda, 2012), per non parlare ovviamente dei frequenti riferimenti nei film dello studio Ghibli. Quello che manca è uno spazio per la rappresentazione e la messa in discussione del legame tra l’uomo e la terra nel cinema di finzione non animato, qualcosa che stimoli il pubblico come ‘Guida il tuo carro sulle ossa dei morti’ (libro di Olga Tokarczuk tradotto recentemente in italiano che consiglio insieme alle conferenze e ai podcast di Stefano Mancuso). Mentre aspettiamo che un tale lavoro di finzione giunga tra noi e apra una lunga e prolifica serie di altri film sull’argomento, ci sono almeno tre documentari che ci interrogano sul rapporto tra le società umane e la natura che meritano la nostra attenzione.

1. «a new kind of wilderness» di silje evensmo jacobsen (2024)
Una sorta di Captain Fantastic (Matt Ross, 2016) nella vita vera, è un documentario su una famiglia norvegese che ha deciso di vivere vicino a una foresta e non mandare i propri figli a scuola per sviluppare più liberamente le attitudini di ognuno. Il film mostra come questa scelta venga portata avanti nonostante le pressioni della società, specie dopo la morte della madre. In ultima analisi propone una lettura di come il sistema scolastico tenda all’omologazione dei soggetti che ne fanno parte.
2. «la volpe e la bambina» di luc jacquet (2007)
A metà tra un documentario e un film di finzione, questa storia segue l’alternarsi delle stagioni per raccontare degli incontri tra una volpe e una bambina in un bosco di montagna. Se all’inizio lo spettatore è portato a credere che si tratti di un film piuttosto tradizionale, la storia evolve in modo da contraddirlo e proporre una critica nei confronti dell’attitudine al controllo dell’ecosistema del bosco da parte degli esseri umani.
3: «the seer and the unseen» di sara dosa (2019)
Questo è il secondo film della regista del fortunato Fire of Love (2022) ed è al momento facilmente reperibile su YouTube. La narrazione si concentra sulla tradizionale figura dei seer in Islanda, per poi seguire una delle ultime seer e la sua lotta per preservare il territorio contro le nuove infrastrutture che il governo islandese vuole costruire nella regione in cui lei vive. Questo lavoro propone una riflessione unica sul modo delle società contemporanee di contrattare tradizioni secolari e desideri recenti, mettendo alla prova gli spettatori più atei e agnostici.
Buone visioni!

bibliografia
Burning down the house: Christian Petzold on ‘Afire’, Luise Mörke e Tobias Rosen, 13 Marzo 2023 https://mubi.com/en/notebook/posts/burning-down-the-house-christian-petzold-on-afire
Over the horizon line: looking for a new climate cinema, Deniz Tortum, 27 giugno 2024 https://filmmakermagazine.com/126538-new-climate-cinema/
The climate films shaping society, Becca Warner, 24 ottobre 2022 https://www.bbc.com/future/article/20221021-how-climate-change-in-film-shape-society
New study reveals climate change’s limited presence in popular films, Brandi Smith, 3 marzo 2025 https://news.rice.edu/news/2025/new-study-reveals-climate-changes-limited-presence-popular-films
Cinema e ambiente: l’invasione degli eco-thriller, Davide Mazzocco, 26 luglio 2013 https://www.ecoblog.it/2013/07/26/cinema-e-ambiente-linvasione-degli-eco-thriller-e-al-festival-di-venezia/Imagine if Hollywood Actually Made Realistic Climate Stories, Ciara Nugent, 27 aprile 2022 https://time.com/6171213/climate-change-tv-film/



