Di che cosa parliamo, quando parliamo di «Frankenstein» di Guillermo del Toro? Abbiamo provato a mettere insieme, in questa sorta di tavola rotonda, pensieri, parole, opere, omissioni e tutto quello che ci è passato per la testa durante (e dopo) la visione del film. Prendete sul serio queste nostre parole, ma con moderazione.

virginia
Ho visto per la prima volta Frankenstein di Guillermo del Toro in una sala strapiena di persone, lo scorso settembre. Una sala di quelle che non si vedono neanche più, completamente piena, con nessuno posto a sedere rimasto ancora prima di poter fare i biglietti in cassa: uno spettacolo sold-out online, già nei giorni precedenti alla proiezione. Grazie allo straordinario programma culturale della regione Lazio, con la collaborazione di circa settecentocinquanta case di produzione e associazioni varie, Frankenstein faceva parte della rassegna Venezia a Roma, che, ogni anno, qualche settimana dopo la Mostra del Cinema, porta nella capitale i film che sono transitati sul Lido. Nello stesso pomeriggio, entrando e riuscendo dalla stessa identica sala per farmi strappare il biglietto, ho visto Orfeo di Virgilio Villoresi (tanto atteso da me e forse altre dodici persone, le stesse che erano in sala) e, a seguire, il film del regista messicano. Sono rimasta abbastanza interdetta nel vedere la differenza di mole di pubblico e mi ha molto divertito il lungo sospiro di metà sala nel vedere Jacob Elordi completamente trasformato in creatura — sto parlando di un sospiro lungo, chiaramente percepibile, carico di pathos e sogni infranti. Frankenstein è un film prodotto da Netflix: che una così grande quantità di persone abbia volontariamente speso il prezzo di un biglietto intero, in una domenica pomeriggio soleggiata di fine settembre, invece di aspettare la classica “messa in onda” su piattaforma streaming non è per niente scontato. Che il pubblico generale, invece, lo abbia adorato, sì: questo era ben più prevedibile.

Frankenstein non racconta niente di nuovo. Assolutamente niente di innovativo rispetto al romanzo scritto da Mary Shelley — che sì, certo, il materiale alla base della storia ha rappresentato una novità nel panorama letterario e ancora oggi la metafora della condizione femminile risuona abbastanza pesantemente e continua a essere attuale. Quello che ha fatto Del Toro è un buon adattamento, con buonissimi attori (ok, resto insofferente a Mia Goth, incasellata sempre nello stesso ruolo, ma qui devo dire che funziona molto) e niente di più. È un film con una morale manichea, cosa che non si vede praticamente più nel 2025 e non aggiunge niente di più al concetto che i veri mostri sono gli uomini e non i mostri / e non le creature / e non, boh, Elordi in quello stato, ecco. Il film arriva a due ore e mezza di durata, che passano molto velocemente: puro cinema classico che intrattiene, non solleva ulteriori domande, spiega tutto in maniera limpida e chiara allo spettatore e, alla fine, azzarderei a dire che arriva anche a commuovere. Insomma, un film hollywoodiano degli anni Trenta. Per quanto sia evidente la mano invisibile di Netflix, che ha decisamente appiattito lo stile horror e grottesco, caratteristico del regista messicano — seguendo lo stesso trattamento riservato alla Wednesday di Tim Burton — Frankenstein resta un buon film, se accettiamo di sederci in sala (in realtà, sul divano di casa) con poche pretese e solo con l’intenzione di seguire una storia senza tempo. Come, poi, questo film fosse in concorso a Venezia, ecco: questo sì che rimane un mistero della scienza, ma proprio uno di quelli che neanche il dottor Victor potrebbe arrivare a spiegare.

marco
Tra i tre film targati Netflix presentati all’ultimo Concorso di Venezia spiccava il Frankenstein di Del Toro. Il regista messicano sognava di adattare il romanzo di Mary Shelley da una vita e per riuscirci ha collaborato con il colosso dello streaming, con cui aveva già rivisitato Pinocchio in una versione stop-motion. Netflix non ha proprio fatto un figurone all’ultima kermesse lagunare: nessuno dei tre film ha convinto particolarmente la critica e la casa di produzione è rimasta completamente a bocca asciutta nel palmarès. Non sorprende nemmeno che all’anteprima stampa in una Sala Darsena piena la mattina del 30 agosto siano riecheggiati dei timidi fischi alla presentazione della N rossa, specialmente in seguito alla delusioni per Jay Kelly di qualche giorno prima. La pesante mano di Netflix si sente anche in Frankenstein: per quanto Del Toro sfoggi elementi tipici del suo cinema con la ormai peculiare ambientazione gotica, non appare nessuna idea a livello visivo e di composizione dell’immagine che lo renda più originale di altre sue entries. Qualche singola immagine, come il frame finale o la Creatura che accarezza i capelli (splendidi) di Elizabeth, avrà lo spazio che merita nell’universo cinematografico gotico: era tuttavia lecito aspettarsi qualcosa in più, visto l’alto budget a disposizione e la premura che Del Toro aveva dedicato al progetto.

Purtroppo, ad essere conservatrice non è solamente la forma ma anche il contenuto. La novella di Frankenstein presenta vari temi che possono adattarsi alla contemporaneità come coscienza e autocoscienza nelle forme di vita non umane, l’esistenza del libero arbitrio, i limiti etici della ricerca scientifica e, in parte, lo sviluppo del complesso edipico. Purtroppo, nessuno di questi spunti viene affrontato in maniera opportuna: l’ultimo risulta solamente accennato nella scelta di Mia Goth nelle parti sia di Claire che di Elizabeth. Tuttavia, le scene relative all’infanzia di Victor e al suo rapporto con la madre e con la cognata non sono declinate da un punto di vista pulsionale quanto, piuttosto, per esaltarne hybris, rigidità e ostinazione. Questi elementi, presenti nel romanzo assieme a tratti più positivi quali ambizione e senso di responsabilità, rendevano Victor un personaggio sfaccettato. Tale caratteristica viene meno nell’adattamento di Del Toro: a causa della sua perenne fascinazione per il mostruoso e per l’inversione dei ruoli tra umano e bestia, lo scienziato è rappresentato in maniera negativa fino agli ultimi minuti. Di contro, la Creatura (che poco ha di mostruoso nelle vesti di Jacob Elordi) è nel complesso un personaggio positivo, che uccide unicamente per difendersi dai turpi attacchi degli umani e riesce a perdonare il suo demiurgo e a salvare la nave di marinai. Il mancato finale tragico risulta oltremodo stucchevole per le premesse del romanzo e le sue potenzialità narrative; tuttavia, questo non sorprende se partiamo dall’idea di cinema di Del Toro. Una costante feticizzazione del mostro a discapito di spunti socio-politici che vadano al di là di una separazione manichea tra bene e male che risulta fuori tempo massimo: evidentemente, a Netflix e al pubblico on demand va bene così.



