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approfondimento a cura di marco morelli

Boxing, wrestling, pro wrestling o MMA: di cosa tratta esattamente “The Smashing Machine”?

Il 19 novembre è uscito nelle sale italiane The Smashing Machine, l’ultima fatica di Benny Safdie, che si è guadagnato il Leone d’Argento all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Il film, prodotto da A24 e distribuito in Italia da I Wonder Pictures, è il remake dell’omonimo documentario HBO del 2002 e copre un anno (tra il ’99 e il 2000) della carriera di Mark Kerr, un fighter pioniere delle moderne MMA.

«The Smashing Machine» di Benny Safdie (Credits: A24)

Più che analizzare in profondità il film – un sports drama piuttosto schematico, prevedibile e privo di innovazioni – è più importante per me affrontare il genere nel suo complesso e fornire alcune informazioni sul tema trattato. Questa necessità si rafforza anche in seguito alla collaborazione di I Wonder con il noto magazine sportivo Ultimo Uomo per il lancio della pellicola. Partiamo dalle basi: The Smashing Machine è un film sulle MMA, acronimo di Mixed Martial Arts (arti marziali miste). Le MMA, come suggerisce il nome, prevedono incontri in cui è consentito utilizzare molteplici arti marziali provenienti da tutto il mondo: tra queste citiamo il muay thai, il brazilian jiu-jitsu, il kickboxing olandese, il karate giapponese, il wrestling americano, il taekwondo coreano e il sambo russo.

«The Smashing Machine»
«The Smashing Machine» di Benny Safdie (Credits: A24)

Data la brutalità degli incontri, non sorprende che le MMA siano diventate uno sport ufficiale solo di recente, essendo state regolamentate tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del decennio scorso. Le loro origini, tuttavia, sono molto più lontane, per quanto inconsapevoli. Si ipotizza che il primo artista marziale ad aver raggiunto il mainstream sia stato Bruce Lee tra gli anni ’60 e ’70, mentre a inizio secolo in Brasile si combatteva una disciplina simile chiamata vale tudo. Le MMA hanno avuto un impatto significativo sulla cultura americana. Gli sports writer come Halberstam[1] dimostrano come le storie sportive si trasformino in narrazioni simboliche dell’identità nazionale (si pensi a Joe DiMaggio che incarna l’ideale democratico, o alle imprese atletiche lette come romanzi d’epopea moderna). Questo si adatta perfettamente a uno sport “dal basso” come le MMA.

Numerosi campioni come Charles Oliveira, Alex Pereira e Francis Ngannou sono emersi da condizioni di estremo disagio socio-economico per diventare le icone globali che sono oggi. Inoltre, pochi sport, per quanto incarnino un certo tipo di machismo, dimostrano una competitività sana quanto due uomini che utilizzano varie arti marziali per prevalere l’uno sull’altro. L’ottimo Foxcatcher di Bennett Miller spiega in modo emblematico il maggiore fascino esercitato dalle MMA sul pubblico americano, rispetto ad altri sport da combattimento. All’inizio del film, Mark Schultz, oro olimpico nella lotta libera a Los Angeles ’84, tiene un discorso in una scuola circondato dall’indifferenza generale, dimenticato come tanti altri olimpionici dopo la loro impresa (e questo vale anche per noi italiani: scommetto che molti non ricordano l’oro di Alice Bellandi nel judo a Parigi solo un anno e mezzo fa). Nella scena finale, al contrario, viene acclamato da un’intera arena durante il suo esordio in UFC, la principale compagnia di MMA negli Stati Uniti e nel mondo.

«The Smashing Machine»
«The Smashing Machine» di Benny Safdie (Credits: A24)

Questa parentesi aiuta a comprendere meglio anche The Smashing Machine. Nella versione originale del film si sente spesso la parola wrestling, che in questo contesto indica un’arte marziale (una delle tante utili nelle MMA) più o meno associabile alla lotta libera menzionata in precedenza, e non al pro wrestling che affronterò di seguito. Le MMA degli albori erano essenzialmente scontri tra specialisti di discipline differenti, ed era quindi usuale che gli incontri tra atleti con background diversi servissero anche a stabilire quale fosse l’arte marziale dominante: Mark Kerr e Mark Coleman erano due wrestler, Igor Vovchanchyn un kickboxer e Enson Inoue un esperto di brazilian jiu-jitsu.

Non bisogna, tuttavia, confondere il wrestling inteso come lotta libera con il pro wrestling. Quest’ultimo, noto in Italia soprattutto per la federazione WWE e show settimanali come Raw e SmackDown, non è propriamente uno sport, ma uno sport spettacolo basato sullo storytelling, con incontri dall’esito e dall’andamento pre-determinato che mettono in scena un combattimento realistico. Potremmo considerarla una soap opera molto “cafona”: è ovvio, quindi, che gli atleti di pro wrestling debbano possedere ottime capacità attoriali per portare avanti le storie in modo credibile e intrattenere il pubblico, sia in arena che a casa. Non sorprende che wrestler come John Cena, Batista e The Rock (che, non ironicamente, è il protagonista di The Smashing Machine!) non abbiano avuto difficoltà a costruire carriere di successo a Hollywood. Lo stesso non si può dire per gli ex fighter di MMA (l’esordio di Conor McGregor in Road House, per esempio, non è stato un grande successo di critica). Risulta curioso come The Smashing Machine, se paragonato ad altri combat sports movie come The Wrestler o Raging Bull e Rocky, sembri godere di questa ambiguità già a partire dal cast. Come menzionato, il protagonista Mark Kerr è interpretato da The Rock, mentre Mark Coleman, Enson Inoue e Akira Shoji sono interpretati dai fighter MMA Ryan Bader, Satoshi Ishii e James Moontasri; la leggenda MMA Bas Rutten interpreta se stesso, e il campione mondiale dei pesi massimi di boxe Oleksandr Usyk veste i panni di Igor Vovchanchyn. L’intervista 50 questions di Wired con Kerr, Bader, Rutten e Usyk è un must per chi volesse approfondire le origini della UFC e notare il profondo rispetto che un boxer leggendario come Usyk nutre per le MMA.

«The Smashing Machine»
«The Smashing Machine» di Benny Safdie (Credits: A24)

Come accennato, i film su altri sport da combattimento (soprattutto la boxe) sono oggetto di dibattito da decenni e hanno attirato l’interesse di grandi autori (oltre a Scorsese, si pensi a Mann per Ali, Eastwood per Million Dollar Baby o Refn per Bronson). The Smashing Machine è probabilmente il primo film di significativa rilevanza critica sulle MMA moderne, sicuramente più di WarriorFighting o dei vari Never Back Down. Sebbene questi racconti di epica sportiva siano difficilmente trasponibili in altre culture (si pensi al maggior focus sul linguaggio cinematografico di uno dei migliori film sportivi europei dell’ultimo decennio, L’Empire de la perfection di Julien Faraut), il successo ottenuto a Venezia e in America potrebbe aprire nuovi orizzonti per futuri film hollywoodiani e indie incentrati sulle MMA.


[1] Halberstam, D. (2008). Everything they had: Sports writing from David Halberstam. Hachette Books.

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