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recensione a cura di virginia maciel da rocha

Rodrigo Sorogoyen torna sulla Croisette dopo quattro anni dalla sua ultima apparizione (As Bestas, presentato fuori concorso alla 75° edizione Festival di Cannes nel 2022) con un dramma familiare. In El ser querido i due protagonisti, interpretati da Javier Bardem e Victoria Luengo, portano avanti un confronto generazionale, che trascende i contorni della famiglia e sfocia direttamente in una metariflessione sull’arte cinematografica.

Il lungometraggio diretto da Sorogoyen e sceneggiato insieme a Isabel Peña – storica collaboratrice del regista – si incentra sul rapporto disfunzionale tra il regista Esteban Martinez (Bardem) e sua figlia Emilia (Luengo). Dopo essersene andato dalla Spagna per vivere negli States, Martinez fa ritorno dopo tredici anni dall’ultima volta in cui ha visto sua figlia per girare Desierto, un film ambientato nel Sahara, durante gli anni della colonizzazione e occupazione spagnola. Esteban propone a Emilia il ruolo da protagonista: la figlia, infatti, è un’attrice che per sbarcare il lunario si ritrova a lavorare in un bar tra un casting e l’altro. Emilia accetta la parte, anche in prospettiva di ricostruire un rapporto rotto (o forse mai costruito del tutto) con il padre, che ha abbandonato la famiglia per rifarsi una nuova vita a New York, e così ha inizio il periodo di riprese – non nel Sahara, ma a Fuerteventura.

El ser querido
«El ser querido» di Rodrigo Sorogoyen (Credits: Goodfellas / Manolo Pavón)

L’incipit incisivo, che si compone di un serrato campo e controcampo, in cui i due si confrontano per la prima volta in un ristorante dopo più di un decennio di mancata comunicazione, pone tutte le premesse affinché il film sviluppi un vero e proprio dramma familiare. Padre e figlia vengono ripresi nella stessa inquadratura solo quando devono adempiere a una convenzione sociale, salutarsi e stringersi la mano: per il resto della conversazione, la loro lontananza è accentuata da un continuo zoom sui loro volti, sempre inquadrati singolarmente e mai in un frame comprensivo. Sorogoyen mette bene in chiaro dall’inizio che la componente tecnica e la mano del regista non sono soltanto strumenti attraverso cui si propone di raccontare questa storia, ma veri e propri personaggi onnipresenti e che entrano a gamba tesa nelle dinamiche fra i personaggi. El ser querido è, dunque, un film nel film: nella finzione di Desierto vengono a galla anni e anni di conflitti accumulati tra un genitore assente e una figlia che non ha mai ritrovato pace dopo l’abbandono del padre. I contrasti familiari vengono riproposti su larga scala nelle dinamiche che regolano il set cinematografico – il cui controllo, spesso e volentieri, sfugge al regista Martinez, che di fronte a ogni ostacolo risponde, nervoso, con violenti scatti d’ira.

«El ser querido» di Rodrigo Sorogoyen (Credits: Goodfellas)

Il conflitto generazionale, tra i boomers rappresentati da Esteban e i millennials nel personaggio di Emilia, finisce per incrinare i rapporti lavorativi del set: la vecchia guardia del cinema che ancora propone la figura di un regista autoritario e immotivatamente crudele deve lasciare spazio alle nuove generazioni – pena la sopravvivenza stessa del progetto. La componente metacinematografica è, forse, l’aspetto più innovativo del film di Sorogoyen: attraverso continui cambi di formato, l’inserimento di filtri in bianco e nero e sepia e la transizione da riprese digitali a riprese in pellicola la mano del regista è sempre riconoscibile (quando, non addirittura il regista stesso, dato che lo stesso Sorogoyen figura come data manager del “film nel film”).

«El ser querido» di Rodrigo Sorogoyen (Credits: Goodfellas)

El ser querido già da qualche mese si era imposto all’attenzione di critica e pubblico per i temi affrontati, molto simili a Sentimental Value (2025) di Joachim Trier. Il pubblico della Croisette non avrà certo ignorato l’ironia del discorso iniziale di Martinez su quanto oggi siano scadenti e volgari le serie televisive – commento molto simile a quello del personaggio interpretato da Stellan Skarsgard nel film di Trier – e per quanto la sinossi di base, ovvero un padre regista che tenta, attraverso un film, di ricostruire il rapporto con la propria figlia possa essere la stessa in entrambi i lungometraggi, i risultati finali sono diametralmente opposti. Forse non vale tanto la pena confrontare il modo in cui due grandi registi contemporanei siano partiti da una base simile per raccontare due storie sul grande schermo, quanto, piuttosto, soffermarsi sul sottotesto politico del film e come questo parli del passato coloniale spagnolo. Le calde reazioni che Sirāt (2025) di Oliver Laxe aveva ricevuto riguardavano, in buona parte, proprio questo argomento: nello scegliere un’ambientazione ambigua e “vicina alla Mauritania” per il suo film, Laxe fu accusato di non curarsi minimamente della valenza politica che il Sahara ha avuto per la Spagna e che oggi il conflitto tra Saharawi e Marocco ha per la popolazione del deserto.

El ser querido
«El ser querido» di Rodrigo Sorogoyen (Credits: Goodfellas / Manolo Pavón)

Sorogoyen lascia questo aspetto politico in secondo piano, rispetto al tema principale del conflitto generazionale, ma comunque evidenziando la distanza che separa, anche da una prospettiva politica, il protagonista e sua figlia. Martinez si preoccupa di chiedere a Emilia se abbia ben presente il contesto conflittuale in cui il Sahara si ritrova immerso e la figlia ricostruisce a tappe vaghe quello che è stato il periodo di occupazione spagnola. Nel corso di una conversazione tenuta al BFI in occasione della presentazione di Knives Out (2019), il regista Rian Johnson sottolineava quanto sia importante l’effetto che il trascorso di un attore ha sul pubblico. Nello scegliere Chris Evans per il ruolo dell’antagonista nel suo whodunit, Johnson stava affidando il ruolo del cattivo a un attore che, agli occhi del pubblico, si era sempre presentato come il bravo ragazzo della porta accanto. Il pubblico che vedrà Javier Bardem nel Ser querido riconoscerà non solo come il volto attoriale forse più noto del cinema contemporaneo spagnolo, ma anche un attivista politico – giusto durante la scorsa cerimonia degli Academy Awards l’attore ha ribadito l’urgenza di battersi per la pace, l’autodeterminazione dei popoli e la libertà della Palestina. Non per dare adito a voci di corridoio su una presunta faida tra i due registi spagnoli, ma è certo che Sorogoyen non la pensa come Wim Wenders sul rapporto tra cinema e politica, ecco.

El ser querido
«El ser querido» di Rodrigo Sorogoyen (Credits: Goodfellas / Manolo Pavón)

El ser querido è quindi un film stratificato: partendo dall’analisi di relazioni familiari disfunzionali – senza tralasciare i temi della dipendenza da droghe e da alcool – arriva a mettere in scena le dinamiche di potere che si presentano e con cui dobbiamo fare i conti quotidianamente in ogni aspetto della vita, sia nell’ambito professionale, che in quello privato. Bardem torna a vestire i panni di un uomo problematico (forse dopo molto, troppo tempo che lo si vedeva in parti più leggere e “tranquille) e Luengo alla sua quarta prova cinematografica dimostra di essere già una delle grandi attrici del cinema europeo. Forse, quando tra qualche anno andremo a consigliare questo film a chi non lo ha visto non sarà per la componente di dramma familiare che mette in scena, ma sicuramente per la regia di Sorogoyen e per le prove attoriali dei due protagonisti.

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