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approfondimento a cura di virginia maciel da rocha

Al terzo appuntamento di questa stagione di Indocili andiamo a scoprire i lavori di Astrid Ardenti e Diego Fossati. L’appuntamento è fissato a stasera, come sempre, al Cinema Beltrade.

Con la sua Trilogia del Carnevale – composta da Fogo, l’île de Feu (1979), Cap-Vert, un Carnaval Dans le Sahel (1979) e À Bissau, le Carnaval (1980) – la regista Sarah Maldoror riprendeva le tradizioni e le usanze di un mondo colorato, intriso di folklore e perlopiù incomprensibile dal punto di vista dei bambini. Con una macchina da presa posta, appunto, ad “altezza bambino”, consentiva allo spettatore di (ri)scoprire un evento popolare da una nuova prospettiva e punto di vista – ben più immersivo rispetto alle canoniche inquadrature impiegate nel cinema narrativo e classico. Allo stesso modo, Astrid Ardenti e Diego Fossati, attraverso i loro punti di vista (rispettivamente Lo sguardo basso delle bambine e Per finta) trasportano il pubblico nel mondo dell’infanzia, spogliando le loro narrazioni di quella retorica molto in voga in un certo tipo di cinema mainstream, secondo cui tutto quello che accade durante i primi anni di vita ha un colore e un tono diverso, migliore solo perchè filtrato da un ricordo nostalgico per qualcosa che abbiamo vissuto e non si verificherà mai più.

«Lo sguardo basso delle bambine» di Astrid Ardenti (Credits: Finisterrae / Astrid Ardenti)

In Per finta di Diego Fossati un gruppo di bambini, di fatto, gioca. In diversi episodi e situazioni li vediamo imitare comportamenti che non sono affatto naturali o interni al gioco, ma verosimilmente mutuati dalle loro esperienze con gli adulti. Manifestazioni di controllo e possesso sui “cuori rossi” inviati per messaggio, paragoni diretti con il comportamento dei genitori e divisioni binarie dei ruoli di genere («Mamma è stanca, papà è nervoso») fino ad arrivare a vere e proprie manifestazioni di nervosismo e sfogo – sia sugli oggetti che sulle persone. Se è vera l’espressione idiomatica per cui i bambini sono delle spugne che assorbono qualsiasi informazione e input esterno, addirittura è sulla base dell’appartenenza geografica che una bambina in particolare viene esclusa dal gioco – non sapendo cantare l’inno italiano, di fatto emerge come outsider in un gruppo che, in coro, intona le parole di Mameli. Il gioco non è più svago, ma diventa politica e campo di scontro e di demarcazione territoriale.

«Per finta» di Diego Fossati (Credits: Diego Fossati)

«Lavorare con i bambini spesso tira fuori un aspetto in un certo senso “usurpatore” del cinema, che viene usato spesso come uno strumento per raccontare un mondo che non ci appartiene solo perchè ci affascina parlarne», spiega Fossati. «A volte, nei confronti delle narrazioni infantili ci avviciniamo con un buon numero di pregiudizi e capisco benissimo questo modo di approcciarsi: confrontarsi su cosa significa lavorare con persone con cui c’è per forza di cose una relazione dispari non è così immediato come approccio al lavoro. Dietro la macchina da presa abbiamo un potere che loro, per forza di cose, non hanno e decidiamo di usare questo mezzo, il cinema, per raccontare il loro mondo e non il nostro. Però, al di là di questo, se poi ci confrontiamo in un modo gentile e paritario, operando uno scambio di idee e ascoltando cosa hanno a dire, succede che sono loro a parlare del proprio mondo e, nel farlo, spiegano molto anche della relazione che hanno con gli adulti. Nel cortometraggio, andando nello specifico, alla fine si è parlato più di un mondo adulto che non infantile, ne emerge un ritratto horror delle dinamiche relazionali quando i bambini fingono di essere adulti».

«Per finta» di Diego Fossati (Credits: Diego Fossati)

Con Lo sguardo basso delle bambine di Astrid Ardenti ci spostiamo dal setting horror e inquietante di una simulazione a una storia più intima e narrata in prima persona. La regista, infatti, si approccia alla macchina da presa come a un mezzo immaginifico, in grado di restituire immagini, suoni, sensazioni e ricordi appartenenti a un tempo ormai lontano. Così come gli acini di uva vengono passati al vaglio durante la raccolta e la lavorazione per farne il vino, allo stesso modo i flashback dell’infanzia passano attraverso il filtro del ricordo, ora più nitido, ora più sfocato. L’attenzione per i dettagli, per le «creature della terra» ribalta una prospettiva gerarchica, imposta dall’alto verso il basso, e porta in primo piano uno sguardo più attento, rivolto a tutte quelle cose che diamo per scontate nella vita di tutti i giorni.

Indocili
«Lo sguardo basso delle bambine» di Astrid Ardenti (Credits: Finisterrae / Astrid Ardenti)

La macchina da presa che riprende i momenti descritti dal voice over, va, però, incontro a una falla: la storia che ascoltiamo non corrisponde a quello che, effettivamente, è accaduto. Il cinema si riconferma uno strumento in grado non solo di rievocare immagini, ma di crearle da zero, inventando, di fatto, un ricordo e una storia che non hanno mai avuto luogo. Non a caso, da quando scopriamo che la storia è frutto di immaginazione, avviene una transizione del medium impiegato e da filmati in movimento, ripresi in pellicola, passiamo a fotografie, fisse e dall’intrinseco valore documentario. Attraverso una storia intima, Ardenti porta lo spettatore a riflettere su quale ruolo possono occupare le immagini oggi (dinamiche o statiche che siano) e come possiamo manipolarle, accompagnandole alle nostre parole e ai nostri desideri più nascosti.

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