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recensione a cura di marco morelli

Abbiamo visto in anteprima il nuovo documentario del maestro Werner Herzog!

In questi primi giorni di Mostra, uno dei nomi più chiacchierati è stato Werner Herzog. Il regista simbolo del Nuovo Cinema Tedesco è stato insignito del Leone d’oro alla Carriera durante la Cerimonia di apertura della Biennale Cinema 2025. Durante il ritiro del premio, Herzog ha anticipato qualcosa sulla sua ultima fatica, Ghost Elephants, documentario presentato al pubblico (fuori concorso) giovedì 28, specificando che la ricerca della verità è alla base del suo cinema.

Per quanto questa affermazione possa, per assurdo, sembrare riduttiva di fronte a un corpus così ampio ma coerente come l’opera herzogiana, gli intenti di Ghost elephants, prodotto da National Geographic, appaiono chiari fin da subito e non sembrano distaccarsi molto dal canovaccio dell’autore. L’opera di Herzog si è sempre configurata come un’esplorazione dei limiti dell’uomo e della natura e dei conflitti che possono scaturirne: dalle leggendarie opere di finzione come Aguirre, furore di Dio e Fitzcarraldo fino a documentari come Grizzly Man, il suo cinema ha sovente rappresentato l’uomo come una figura insignificante immersa nella natura, con personaggi visionari che lottano contro la natura stessa in imprese disperate e senza speranza[1].

Werner Herzog (Credits: Andreas Rentz / Getty Images)

Questo sembra il destino del protagonista di Ghost Elephants, l’antropologo sudafricano Steve Boyes, non nuovo alla macchina da presa. L’incipit lo vede allo Smithsonian National Museum of Natural History di Washington, D.C., mentre contempla una ricostruzione dell’elefante Henry, l’esemplare di mammifero terrestre più grande mai registrato, alto quasi 4 metri. Henry fu abbattuto da Josef J. Fénykövi in Angola nel 1955 e da allora nessun altro elefante di quelle dimensioni è stato scoperto. Steve Boyes si è prefissato per oltre un decennio di incontrare e catalogare questi “elefanti fantasma” sulle montagne dell’Angola. Il tema del museo come voce di un passato coloniale è molto presente nel cinema documentario contemporaneo: si pensi alle premesse di Dahomey di Mati Diop, Orso d’oro lo scorso anno a Berlino, film ambientato in parte dove Herzog girò Cobra Verde.

«Ghost Elephants» di Werner Herzog
«Ghost Elephants» di Werner Herzog (Credits: Biennale)

Come scritto in precedenza, più che ai fantasmi, Herzog sembra interessarsi ai desideri di grandezza e alle imprese impossibili, e quella del dottor Boyes non fa eccezione: così, decide di accompagnarlo in questa folle spedizione africana insieme a una troupe di NatGeo e a un’équipe di esperti di fauna locale KhoiSan. Ghost Elephants risulta interessante per vari motivi, in primis l’ambientazione: sebbene non sia la prima volta in cui Herzog gira un documentario in Africa (si ricordano, tra gli altri, The Flying Doctors of East AfricaFata Morgana e Echi da un regno oscuro), non si era mai spinto così a Sud nel continente. L’Angola rappresenta una scelta interessante a livello storico: pur essendo stata colonizzata dai portoghesi e avendo avuto un passato comunista[2], permangono ancora le tradizioni locali e, in particolare, un rapporto simbiotico e quasi divino con gli elefanti. Questo è lampante nella scena con il re di Nkangala che dichiara di essere un discendente diretto degli elefanti e che, senza la sua approvazione, la spedizione non avrebbe potuto avere successo.

«Ghost Elephants» di Werner Herzog
«Ghost Elephants» di Werner Herzog (Credits: Biennale)

Al solito, le riprese di Herzog mostrano una natura romantica ma al tempo stesso ostile, come nella meravigliosa scena in cui la troupe deve guadare il fiume prima di arrivare sulle montagne dove credono di trovare gli elefanti fantasma. Queste immagini sono da sempre la sua cifra stilistica come si vede nella sequenza di apertura di Aguirre, the Wrath of God e vederle anche qui non può non scaldare il cuore degli aficionados. Tuttavia, in Ghost Elephants appare più lampante che in altri lavori l’intento squisitamente cinefilo del regista: la ricerca di Boyes, folle, ossessiva e disarmante, potrebbe benissimo essere paragonabile alla cinefilia[3]. La spedizione non è, pertanto, solo l’ennesima storia del conflitto tra uomo e natura, ma diventa un pretesto per Herzog per esprimere un’idea su quello che è sempre stato un cinema “esplorativo” e alla ricerca della verità, appunto, più che dell’”umano”.

«Ghost Elephants» di Werner Herzog
«Ghost Elephants» di Werner Herzog (Credits: Biennale)

Piccola ellissi personale: quest’estate sono stato a fare un safari in Ghana (non lontano da dove vennero girati degli spezzoni di Cobra Verde al castello di Elmina) in cui l’attrazione principale era cercare gli elefanti in una riserva naturale. La mia esperienza di ecoturismo non è certo paragonabile agli intenti antropologici della spedizione del film, ma nel mio piccolo credo di aver captato l’importanza e l’effimerità dello sguardo in un contesto naturale e ancora non inquinato dalla distruzione umana e coloniale. Tuttavia, anche a esperienza finita la domanda resta sempre la stessa: è meglio riuscire a vedere gli elefanti (fantasma o meno) per pochi secondi o vivere nel sogno, impossibile, di poterli incontrare un giorno?


[1] Gandy, M. (1996). Visions of Darkness: the Representation of Nature in the Films of Werner Herzog. Cultural geographies, 3(1), 1-21.

[2] Stevens, C. (1976). The Soviet Union and Angola. African Affairs, 75(299), 137-151.

[3] Lazar, B. (2025). Cinephilia and Primitive Agonies. Cinephile: The University of British Columbia’s Film Journal, 19(1), 4–9.

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