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approfondimento a cura di teodoro di giorgio

«Radix» di Anne Breymann è uno dei cortometraggi presentati al Lago Film Fest, giunto quest’anno alla sua 21ª edizione, nella suggestiva cornice lacustre di Revine Lago. Festival internazionale e indipendente, Lago Film Fest guarda da sempre al cinema di ricerca e alle voci emergenti, con particolare attenzione al formato breve come spazio di sperimentazione e sguardo sul futuro del linguaggio cinematografico.

Questa raccolta riunisce cortometraggi provenienti da diverse sezioni del concorso, accomunati da un tema trasversale: un focus sull’animazione come strumento per raccontare il cambiamento. Attraverso momenti di cura, crescita, perdita e metamorfosi, questi lavori esplorano la trasformazione del corpo e la ridefinizione della percezione di sé.

«Radix» di Anne Breymann (Credits: Lago Film Festival)

Nel 1982, l’animatore ceco Jan Švankmajer realizza probabilmente una delle sue opere più importanti e riconosciute — e una delle più significative del cinema d’animazione in generale — che condensa perfettamente il suo immaginario surreale, grottesco e profondamente materico: Možnosti dialogu (Dimensions of Dialogue). Suddiviso in tre capitoli distinti, il cortometraggio mette in scena — attraverso la tecnica dello stop-motion applicata a oggetti, materiali organici e corpi disarticolati — tre diverse modalità di “dialogo”, tutte destinate a rivelarsi inevitabilmente insostenibili e profondamente conflittuali.
Una riflessione viscerale, irriverente ma al contempo perfettamente centrata sul fallimento della comunicazione, dove ogni tentativo di contatto si traduce in annullamento del prossimo, confusione o rigetto dello stesso.

Radix
«Dimensions of Dialogue» di Jan Švankmajer

Švankmajer esplora qui, con uno sguardo morboso e dissacrante, le increspature del dialogo umano: dall’assimilazione aggressiva che conduce alla sopraffazione dell’altro (con un evidente sottotesto sociopolitico), alla passione erotica che implode in una reciproca disintegrazione, fino a una comunicazione esasperante e logorante, rappresentata attraverso un espediente di cooperazione meccanica destinato tuttavia all’esaurimento, al sabotaggio reciproco.
Il dialogo diventa così ripetizione violenta, desiderio che si rovescia in rifiuto e distruzione: una parabola inquieta e viscerale sul fallimento del linguaggio sociale.

Da questi presupposti, seppur in maniera diametralmente opposta per prospettiva ideologica e toni, sembra richiamarsi Radix, cortometraggio di Anne Breymann, selezionato in vari festival prestigiosi, come ad Annecy, e presente nel programma del Lago Film Fest di Unicef Kids, sotto l’area tematica “Tutti insieme appassionatamente”. Al centro della vicenda, in un ambiente naturale – nel cuore di una foresta ombrosa – due figure ambigue, ibride, che sono sospese tra una forma antropomorfa e al contempo non umana, reminiscenti forse dei gufi, dotate di una fisicità primordiale che richiama elementi ancestrali e naturali, si incontrano sulle pendici di un ramo di un albero.

Radix
«Dimensions of Dialogue» di Jan Švankmajer

A partire da esse, il cortometraggio sembra costruire uno spazio circoscritto: un mondo in miniatura, un vero e proprio diorama — una rappresentazione tridimensionale in scala ridotta di una scena o ambiente — animato, nel quale aleggia una sottesa tensione di mistero. Il tempo risulta rarefatto, dilatato; lo spazio liminale, di passaggio. In questo senso, Radix si configura come naturale prosecuzione della ricerca dell’autrice: Anne Breymann è infatti specializzata nella realizzazione di creature animate attraverso la tecnica della puppet animation, dal design ibrido e arboreo, profondamente radicato in un immaginario mitico e naturalistico. I suoi personaggi, simili a marionette, sembrano abitare una scena teatrale, dove ogni gesto e ogni contatto assumono il peso di un rito antico, quasi sacrale. Si delinea così un ambiente dalle accezioni profondamente naturalistiche, che sembra rileggere in chiave postmoderna e quasi antispecista una dimensione di incontro del dialogo che, tuttavia, non sfocia in tensione e sopraffazione; esso è esplorazione curiosa, candida, un tentativo di avvicinarsi (seppur con iniziale timore e titubanza). 

«Radix» di Anne Breymann (Credits: Lago Film Festival)

La surrealtà del contesto dark-fantasy è qui al servizio di un ritrovo quasi atavico, primordiale; il tono lirico, empatico. Se da una parte Švankmajer mette in scena un teatro metafisico della crisi della comunicazione dell’uomo moderno, Breymann predilige il ricongiungimento, una speranza del riconnettersi. Esplora connessioni non verbali, in una direzione più di interspecie e, pertanto, postumana. Proseguendo per dissonanze, è interessante notare come, attraverso un ottimo lavoro sul sound design in Radix, venga quasi suggerito un rasserenamento a seguito di questo incontro – dapprima, l’unica figura presente è in preda a rumori assordanti crescenti che si dissolvono nel momento del “contatto”. 

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«Radix» di Anne Breymann (Credits: Lago Film Festival)

Esso, però, è inizialmente scandito da una situazione comprensibilmente di studio reciproco, di distanza da colmare, una condizione che potrebbe ricordare il celebre “dilemma del porcospino” di Arthur Schopenhauer: tanto più due esseri umani si avvicinano fisicamente ed emotivamente, tanto più rischiano di ferirsi a vicenda con la loro intimità e vulnerabilità, obbligandoli così a mantenere una distanza protettiva. Quasi a rafforzare questo concetto, le creature vengono così rappresentate in volto con indosso delle maschere removibili che, in continuità con alcune delle suggestioni dei cortometraggi precedenti, fanno da filtro tra una sfera intima e il suo proiettarsi sull’esterno. Richiamano antiche tradizioni che affondano le proprie radici nella mitologia archetipica, dove la maschera (o persona) rappresenta il volto sociale che nasconde un’identità più profonda e inaccessibile — un concetto che, in modo figurato, ritroviamo anche in Luigi Pirandello, per il quale la maschera è quell’identità scelta dall’individuo per interpretare il proprio ruolo all’interno della comunità. 

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«Radix» di Anne Breymann (Credits: Lago Film Festival)

Il punto di rottura è proprio qui: una volta rimossa, si apre uno sguardo all’interno, nella dimensione più intima e nascosta dell’altro. Da questo incontro profondo germogliano delle radici — simbolo potente di una connessione che si fa tangibile, intrecciata; una metamorfosi reciproca, dove il sé si espande, si modifica e si apre all’altro. In questo senso, Radix racchiude e amplia il tema universale del mutamento e cambiamento che accomuna tutti i corti descritti — vissuto non solo come trasformazione individuale, ma come processo di relazione, un invito a sostare nelle incertezze del cambiamento per permettere alle radici di intrecciarsi, anche solo per un istante, in un contatto, una possibilità di (ri)connettersi.

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