Skip to main content

approfondimento a cura di marco morelli

A febbraio ho compiuto trent’anni e posso dire sulla mia pelle quanto sia una ricorrenza devastante. Negli ultimi quattro mesi ho pagato tutta, e a prezzi di inflazione, quella che chiamano “la maturità”: per cominciare, le mie abitudini alimentari sono leggermente cambiate. A causa di una preesistente patologia del mio fegato detta Sindrome di Gilbert sto avendo più difficoltà a digerire cibi pesanti come pizza, salumi e fritture; questo mi ha portato verso una parvenza di vita più salutare e maggior cautela durante le cene. Inoltre, vengo pervaso da forti sensazioni di fastidio ogni volta che mi chiedono di uscire tardi la sera prima di una giornata lavorativa, sto iniziando ad apprezzare sempre di più classica e R&B (come The Weeknd, anche lui neo trentenne e che con me condivide il compleanno) e alla mia partita di ritorno dopo un anno al calcetto con gli amici sono seguiti dolore alla tibia e vesciche. Ho addirittura ricevuto un rimprovero dalla boss per non aver disprezzato abbastanza l’ultimo film di Sorrentino (scusali Celeste, non sanno quello che dicono). Per concludere, checché se ne dica su una presunta senilità, il nostro paese odia attivamente i trentenni: da febbraio non posso più accedere ai comodi sconti di Trenitalia e ho iniziato a pagare il canone mensile del conto corrente in banca

Questa penosa premessa mi è servita non tanto per ottenere in maniera eccessiva la vostra attenzione e compassione (io e la mia terapeuta concordiamo che non ho tratti assimilabili al cluster B), ma per evidenziare che quest’anno compie 30 anni anche Dogme 95. Per capire meglio la genesi del movimento, occorre una premessa storica. Il Dogme 95 nasce dalla volontà di Lars von Trier di provocare e innovare, prendendo spunto da vari movimenti artistici groundbreaking che hanno cercato di ridefinire il concetto di realismo e autenticità nel cinema. Von Trier non era nuovo a manifesti provocatori: nella sua prima trilogia Europa – The Element of Crime (1984), Epidemic (1987) ed Europa (1991) – aveva già inserito moniti ai vecchi del cinema, specificando che un film dovesse essere come “il sasso in una scarpa”[1]. L’idea stessa del manifesto è legata ai movimenti avanguardisti di inizio secolo, con cui Von Trier voleva riprendere il concetto di un gruppo di artisti che si considerano un collettivo e che producono testi programmatici. Con riferimenti più o meno espliciti al Neorealismo e alla Nouvelle Vague, Dogme 95 fu inteso come una provocazione contro le sempre meno autentiche produzioni hollywoodiane, contro lo stantio panorama danese e, probabilmente, contro le prime artificiose produzioni dello stesso Von Trier.

«The Element of Crime» di Lars Von Trier (Credits: IMDb)

Dogme 95 non è stata un’iniziativa solitaria ma il frutto di una collaborazione che ha coinvolto altre figure chiave del cinema danese. In questo contesto, Thomas Vinterberg emerge come co-fondatore essenziale e figura cruciale per la concretizzazione del progetto. Vinterberg non fu solo un seguace delle idee di von Trier, ma partecipò attivamente alla stesura del “Voto di Castità”, il decalogo di principi rigorosi che definiva l’approccio Dogme. Le regole, tradotte in italiano, erano le seguenti:

  1. Le riprese devono essere effettuate in esterni. Non è consentito portare oggetti di scena e set (se un particolare oggetto di scena è necessario per la storia, è necessario scegliere un luogo in cui si trovi).
  2. Il suono non deve mai essere prodotto separatamente dalle immagini o viceversa. (La musica non deve essere utilizzata a meno che non si trovi nel luogo in cui viene girata la scena).
  3. La macchina da presa deve essere tenuta a mano. È consentito qualsiasi movimento o immobilità ottenibile con la mano.
  4. Il film deve essere a colori. Non sono ammesse luci speciali. (Se la luce è insufficiente per l’esposizione, la scena deve essere tagliata o deve essere montata una singola lampada sulla macchina da presa).
  5. Sono vietati lavori ottici e filtri.
  6. Il film non deve contenere azioni superficiali. (Omicidi, armi, ecc. non devono essere presenti).
  7. È vietata l’alienazione temporale e geografica. (Il film si svolge qui e ora).
  8. I film di genere non sono accettabili.
  9. Il formato del film deve essere Academy 35 mm.
  10. Il regista non deve essere accreditato.
Dogme 95
«Europa» di Lars Von Trier (Credits: IMDb)

Leggendo il manifesto, che riprende il saggio di François Truffaut del 1954 Une certaine tendance du cinéma français nei Cahiers du cinéma, non sorprende che i film fossero caratterizzati da un aspetto visivo grezzo e naturale, un sonoro diegetico autentico e una narrazione focalizzata su storie e personaggi. In sintesi, i film Dogme 95 apparivano come un tentativo radicale di spogliare il cinema di ogni artificio per rivelare una verità più profonda attraverso un’estetica volutamente imperfetta, quasi documentaristica, che metteva in primo piano la storia, gli attori e la realtà dell’ambiente filmato. I contenuti dei film andavano di pari passo con lo stile: anche le tematiche esplorate suggerivano una rottura con le convenzioni sociali e le pregresse istituzioni. In totale, sono considerati appartenenti a questo movimento 35 film, riconoscibili dalla dicitura Dogme seguita dall’ordine cronologico di realizzazione, tra il 1998 e il 2005. Il movimento prese piede sia in Danimarca che all’estero: aderirono al manifesto anche opere internazionali di Jean-Marc Barr, José Luis Marquès, Byun Hyuk e Harmony Korine, all’epoca enfant terrible già avvezzo a un cinema provocatorio e trasgressivo. Tuttavia, i due capisaldi Dogme furono i primi in ordine cronologico: Festen (Dogme #1) di Vinterberg e Idioterne (Dogme #2) di Von Trier.

Dogme 95
Dogme 95: «Festen» di Thomas Vinterberg (Credits: IMDb)

Premio della giuria a Cannes 1998, Festen rappresenta uno dei primi tentativi di Vinterberg di farsi beffe delle istituzioni, caratteristica rimastagli tuttora. La scelta di affrontare temi scomodi quali l’incesto e l’abuso all’interno di una famiglia borghese, rivelati durante una festa di compleanno, fu amplificata dalle restrizioni Dogme. Come analizzato da Kristian Pandža (2018)[2], l’asciuttezza stilistica aumentò la forza emotiva della narrazione, senza gli artifici tecnici che avrebbero potuto distogliere l’attenzione dalla vicenda. In particolare, l’uso della camera a mano creò un senso di realismo, autenticità e immediatezza, rendendo lo spettatore più immerso e presente nella scena come se fosse testimone diretto degli eventi. In questo modo, Festen ruppe con le convenzioni della ripresa cinematografica classica, che privilegia la stabilità, la composizione perfetta e un punto di vista “oggettivo” e onnisciente: questa scissione formale servì a sottolineare la rottura tematica e narrativa che il film mette in scena, in particolare per i segreti familiari e l’abuso.

Dogme 95
Dogme 95: «Festen» di Thomas Vinterberg (Credits: IMDb)

Prima di esplorare l’adesione di Idioterne al movimento, occorre specificarne la posizione all’interno della filmografia di Von Trier. Il film rappresenta il secondo capitolo della sua cosiddetta Golden Heart Trilogy, serie che esplora la figura di personaggi femminili che incarnano bontà, sacrificio e purezza d’animo, ma che finiscono per essere vittime di un mondo cinico e crudele. Con rimandi a L’Idiota di Dostoevskij, la trilogia comprende anche il precedente Breaking the Waves e il seguente Dancer in the Dark, prima Palma d’oro a Cannes del nuovo millennio. In questa trilogia, Von Trier esplora temi di fede, innocenza, purezza e la loro inevitabile collisione con la dura realtà, spesso attraverso una lente melodrammatica: nel caso di Idioterne questa risulta particolarmente provocatoria e nichilista. Per questo motivo, il film si distingue nettamente dagli altri film Dogme, Festen incluso. Mentre quest’ultimo dimostrava la capacità del Dogme di produrre un dramma narrativo potente con mezzi limitati, Idioterne spinse i confini del manifesto verso l’avanguardia e la critica sociale profonda, diventando l’unico Dogme classificabile come “avanguardia” nel vero senso del termine. Il fulcro del film è un gruppo di intellettuali borghesi che decide di “spassare” (fingere di avere una disabilità intellettuale) in pubblico come forma di liberazione personale e critica all’ipocrisia e conformismo sociale. Gli “idioti” cercano di rompere le convenzioni, esponendo le assurdità delle norme sociali e le reazioni spesso imbarazzanti e aggressive del normale mondo borghese. La struttura frammentata del film e le numerose scene di nudità e sesso esplicito contribuiscono a rendere Idioterne una violazione di tabù sociali e un’esplorazione dei limiti etici del mezzo cinematografico.

Dogme 95
Dogme 95: «Idioterne» di Lars Von Trier (Credits: IMDb)

Come già accennato, l’ultimo film ascrivibile al movimento è datato 2005: l’italiano (!) Così x caso (Dogme #35) di Cristiano Ceriello è purtroppo un’opera goffa e priva dell’estro che ha da sempre caratterizzato Vinterberg e Von Trier. L’idea provocatoria alla base del film diventa presto offensiva e mostra inevitabilmente il canto del cigno del movimento: difficile essere groundbreaking con regole così ferree senza avere realmente qualcosa da dire o, banalmente, senza il talento dei due cineasti danesi. Ad ogni modo, cosa è rimasto del movimento a trent’anni dalla sua fondazione? Innanzitutto, come analizzato da Peter Schepelern[3], ha contribuito a rendere il cinema danese e, in generale, del Nord Europa tra i più in salute al mondo: si pensi alle ultime premiazioni dei festival come l’Orso d’oro a Drømmer di Dag Johan Haugerud (che abbiamo anche intervistato) e al Grand Prix a Cannes a Sentimental Value di Joachim Trier. Inoltre, ha reso Vinterberg e Von Trier autori consolidati all’interno del panorama arthouse mondiale, come dimostrano i premi ricevuti e l’accoglienza dei loro lavori successivi. Infine, lo spirito del Dogme è persistito in alcune forme di cinema arthouse, come il maggior focus su attori e storie piuttosto che su complessi effetti speciali, una preferenza per un’estetica più naturalistica e l’esplorazione di temi complessi e spesso scomodi della società contemporanea.

«Sentimental Value» di Joachim Trier (Credits: NEON)

In sintesi, sarebbe ingenuo considerare il Dogme 95 una moda passeggera o una semplice gimmick: in questi trent’anni si è dimostrato un catalizzatore potente che ha profondamente modificato il paesaggio del cinema danese e internazionale, lasciando un’eredità duratura in termini di riconoscimenti, sviluppo di talenti, approcci estetici e narrativi, oltre che a un rinnovato senso di fiducia e ambizione nell’industria cinematografica.


[1] Langkjær, B. (2006). What was Dogme 95?. Film International4(1), 34–43.

[2] Pandža, K. (2018). The Effect of the Handheld Camera on Narration and Ocularization in the Dogme 95 Film. AM Journal of Art and Media Studies, (15), 83–92. https://doi.org/10.25038/am.v0i15.232

[3] Schepelern, P. (2013). After the Celebration: The Effect of Dogme on Danish Cinema. Kosmorama(254).https://www.kosmorama.org/en/kosmorama/artikler/after-celebration-effect-dogme-danish-cinema

Leave a Reply