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approfondimento a cura di emma marinoni

Antefatto – Mission: Impossible

Durante una conversazione su che cosa sta per uscire in sala salta fuori che io non ho mai visto nessun film di Mission: Impossible. La mia amica Kelly, grande fan della serie (ma anche persona delle cui opinioni cinematografiche mi fido molto, visto che ha intervistato Sean Baker quando è uscito Tangerine) mi convince a guardare il primo, puntando sul fatto che è diretto da Brian De Palma e che è praticamente un whodunnit; finiamo per proiettarlo in una delle aule del dipartimento di Biologia. Pochi minuti dopo, una delle sigle più famose della storia del cinema riempie la stanza.

«Mission: Impossible» di Brian de Palma

Nel primo film, ispirato all’omonima serie televisiva degli anni Sessanta, Ethan Hunt (Tom Cruise), agente dell’IMF (Impossible Missions Force, che ho capito fosse il nome vero dell’agenzia e non un meme a metà del terzo film), è in missione per impedire ad un altro agente di impossessarsi della lista NOC, un documento contenente tutte le vere identità degli agenti dell’IMF attualmente sotto copertura, quando tutta la sua squadra viene uccisa, membro dopo membro. Poco dopo, viene rivelato che la missione è una copertura organizzata dalla stessa IMF in modo da individuare la persona responsabile di una fuga di informazioni sensibili nell’agenzia: in quanto unico superstite, i sospetti cadono immediatamente su Ethan, che si ritrova costretto a fuggire e a trovare il colpevole per scagionarsi. Mission: Impossible è pieno di momenti iconici e di elementi che sono poi diventati ricorrenti nella serie: uno fra tutti il meccanismo di trama che porta Ethan a consegnare ai “cattivi” esattamente quello che vogliono (nonostante possa avere conseguenze disastrose a livello globale) per poi riuscire a recuperarlo per il rotto della cuffia. Inoltre, questo film rivela una delle caratteristiche principali del personaggio di Ethan Hunt, che sarà costante in tutti i sequel: Ethan, memore di aver visto la sua intera squadra morire davanti ai suoi occhi, da ora in poi cercherà sempre di salvare tutti, rifiutandosi ad ogni costo di mettere in pericolo un altro agente.

Ethan Hunt
«Mission: Impossible II» di John Woo

Sabato mattina – Mission : Impossible II

Dopo giornate di stress dovute alla consegna di un capitolo della mia tesi, apro Disney+ con l’intenzione di recuperarmi Andor, visto le critiche estremamente entusiaste da parte del web e la presenza di Diego Luna nel cast, quando scopro che tutti i film di Mission: Impossible sono disponibili sulla piattaforma. Non avendo piani per le successive 24 ore, clicco sul secondo film. Mi ritrovo quindi a guardare quello che è universalmente riconosciuto come il peggiore film della serie ma al tempo stesso anche quello in cui Tom Cruise ha il miglior taglio di capelli. Consapevole di ciò, mi ritrovo comunque sorpresǝ dall’incredibile livello di tamarraggine di questo film: la prima volta che vediamo Ethan Hunt sta scalando a mani nude una parete rocciosa di quello che sembra essere il Gran Canyon, mentre in sottofondo la familiare sigla è riproposta con un twist rock anni Novanta. Senza contare le giacche di pelle, gli occhiali da sole, lo slow motion e la quantità di esplosioni che rendono questo film quasi camp. La trama fa un po’ film Marvel degli anni ’10: uno scienziato, cercando di sviluppare un vaccino contro ogni possibile forma di influenza, ha creato un super virus, Chimera, e il suo antidoto, Bellerofonte. Mentre sta trasportando entrambi in un luogo sicuro, viene ucciso da un ex agente dell’IMF, Sean Ambrose, con l’intenzione di impossessarsi di virus e antidoto e di vendere entrambi al miglior offerente, sotto la minaccia di scatenare una pandemia globale. In tutto questo c’è anche un triangolo amoroso tra Sean, Ethan e una borseggiatrice professionista, condito con quel tocco di misoginia tipico tipico degli anni 2000. In uno stato di delirio e aspettandomi di tutto, clicco sul film successivo.

Ethan Hunt
«Mission: Impossible III» di J.J. Abrams

Sabato pomeriggio – Mission: Impossible III

In retrospettiva, non mi ricordo se la trama di questo film in particolare è un po’ più incasinata e assurda rispetto alle altre o se l’ho semplicemente percepita così guardandone uno dopo l’altro. Tuttavia, la mia attenzione è catturata fin dall’inizio: il film, infatti, si apre con Ethan legato ad una sedia in una situazione alla Saw, minacciato da Philip Seymour Hoffman, che interpreta Davian, il cattivone del momento.   

Ethan si è lasciato alle spalle le missioni sul campo per dedicarsi ad una vita domestica con la sua fidanzata Julia, che è completamente ignara del passato del suo promesso sposo: il rapimento e la successiva morte di una degli agenti da lui formati porta Ethan a rientrare in scena. Lo “missione” di questo film è essenzialmente recuperare un oggetto misterioso chiamato the Rabbit’s Foot (uno dei MacGuffin più palesemente MacGuffin di sempre) di cui non si sa nulla a parte il fatto che nelle mani sbagliate potrebbe avere conseguenze catastrofiche per l’ordine mondiale. Ethan, avendo scelto di legarsi a qualcuno, è diventato facilmente ricattabile: dopo il rapimento di sua moglie, si ritrova infatti alla mercé di Davian, che lo costringe a consegnargli the Rabbit’s Foot in cambio della vita di Julia. Mission: Impossible 3 segna anche il debutto di Simon Pegg nella serie, la cui presenza fortunatamente non fa altro che aumentare nei film successivi. E pensare che questo film doveva inizialmente essere diretto da David Fincher! Allucinante.

Ethan Hunt
«Mission: Impossible – Ghost Protocol» di Brad Bird

Con Ghost Protocol assisto al primo grande salto qualitativo all’interno della saga (senza contare quello in negativo tra il primo e il secondo film). Diretto da Brad Bird (regista di quel capolavoro della storia del cinema che è Ratatouille), il film vede ancora una volta la reputazione dell’IMF e di Ethan messe a repentaglio – questa volta attribuendogli il bombardamento del Cremlino e l’immediato deterioramento dei rapporti tra Russia e Stati Uniti. In caso non si fosse già capito, la catastrofe che il team dovrà evitare a questo giro è la guerra nucleare – il che lo rende un po’ troppo comic book movie per me, forse anche a causa della presenza di Jeremy Renner nel cast. E’ anche il primo film di Mission: Impossible che vedo in cui c’è uno stunt che diventa in un certo senso sinonimo del film, ovvero la scalata a mani nude del grattacielo di Burj Khalifa a Dubai – come succederà in seguito con Cruise aggrappato all’esterno di un aereo che decolla in Rogue Nation, l’inseguimento in elicottero in Fallout, la scena della motocicletta in Dead Reckoning e la sequenza con gli aerei biplani in Final Reckoning. In tutto questo, il meccanismo di binge inizia a farsi sentire, e a me sembra di stare guardando una serie TV in cui i personaggi invecchiano di colpo tra un episodio e l’altro.

Ethan Hunt
«Mission: Impossible – Rogue Nation» di Christopher McQuarrie

Domenica mattina – Mission: Impossible – Rogue Nation

Ufficialmente (e inaspettatamente) il mio preferito della serie, complice il personaggio di Rebecca Ferguson di cui mi innamoro all’istante (a differenza di Ethan, che ci mette all’incirca due film ad ammetterlo a sé stesso) e il fatto che, in fondo, questo film è una buddy comedy con Simon Pegg e Tom Cruise. Anche qui l’IMF – nonostante abbia salvato il mondo più volte – è in procinto di essere completamente smantellata ed Ethan Hunt è di nuovo nemico pubblico numero uno: alla sua squadra non resta altro che provare il proprio valore smascherando un’organizzazione terroristica composta da ex-agenti, chiamata il Sindacato (lol). Tuttavia, con Rogue Nation il franchise inizia a essere un po’ consapevole di sé stesso, in particolare riguardo al personaggio di Ethan Hunt, la cui stessa esistenza è assurda: muore e resuscita più volte, è definito la “diretta manifestazione del destino” e, anche se riesce sempre a salvare il mondo, lo fa con una grande dose di fortuna. Da questo film in poi il caso ha un’influenza sempre più forte sugli avvenimenti, lasciandosi in definitiva alle spalle parvenze di realismo: i momenti che il pubblico sente come più “reali” e vividi sono in realtà gli stunt, la trama (di cui Hunt è agente e manifestazione al tempo stesso) passa in secondo piano, e va bene così. In più, Rogue Nation segna l’entrata del regista Christopher McQuarrie nel mondo di Mission: Impossible – e quindi l’inizio di una partnership creativa “made in Heaven” tra lui e Cruise (entrambi sono completamente folli). 


Il weekend con Ethan Hunt non finisce qui, ma come ogni serie d’azione che si rispetti, lasciamo aperto il cliffhanger. Appuntamento alla prossima settimana per la conclusione di questi due meravigliosi giorni.

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