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recensione a cura di marco morelli

È stato presentato alla Quinzaine des realizateurs Shana, primo lungometraggio di Lila Pinell, regista e sceneggiatrice francese con un background in filosofia. Il film segue le vicende dell’omonima protagonista, interpretata da Eva Huault, riprendendo il filo narrativo dopo i fatti del mediometraggio Le Roi David, vincitore del Premio Jean Vigo nel 2021.

«Shana» di Lila Pinell (Credits: Films du Losange)

Come nell’opera precedente la mitologia gioca un ruolo centrale, come si evidenzia nello sviluppo drammaturgico che riecheggia la tragedia greca, nella presenza di elementi superstiziosi e nei titoli di testa particolarmente eloquenti. Questi ultimi, attraverso illustrazioni per bambini, raffigurano le dieci piaghe d’Egitto assolvendo a una doppia funzione simbolica: mostrare il processo di liberazione della protagonista attraverso il dolore fisico e fungere da trait d’union tra il doppio heritage ebraico e nordafricano di Shana. In questo quadro assume importanza il ceppo materno, esplorato solo parzialmente in Le Roi David: in particolare, il legame con la nonna, ebrea marocchina emigrata in Francia dopo la Guerra dei sei giorni, e il rapporto complicato con la madre, segnato dagli anni trascorsi in una famiglia affidataria.

«Shana» di Lila Pinell (Credits: Films du Losange)
«Shana» di Lila Pinell (Credits: Films du Losange)

Lila Pinell si dimostra abile nel delineare la psicologia della protagonista: la sua scarsa regolazione emotiva, conseguente a vissuti di abbandono, risulta coerente con l’eziologia del disturbo borderline di personalità, in cui è possibile riconoscere alcuni atteggiamenti e comportamenti di Shana [1]; allo stesso modo, l’abbandono giustifica la dipendenza affettiva dal problematico fidanzato Moses, all’interno della quale riemerge il tema delle difficoltà economiche già centrale nel mediometraggio. Per quanto l’impulsività e gli scatti d’ira di Shana possano non renderla simpatica allo spettatore, è indubbio che le sue decisioni costituiscano un valido veicolo narrativo e che molte ragazze possano, purtroppo, ritrovarsi in lei. Questa appare una scelta narrativa in linea con i tempi, considerando la popolarità di show che trattano relazioni tossiche e abusanti come Euphoria, e la maggiore sensibilità sul tema sorta dopo il movimento #MeToo.

«Shana» di Lila Pinell (Credits: Films du Losange)
«Shana» di Lila Pinell (Credits: Films du Losange)

Tuttavia, per quanto risultino azzeccati i temi di ricerca dell’identità culturale in una Francia alquanto divisa (puntuale, in questo senso, la battuta pro-pal della protagonista) e la rappresentazione delle conseguenze dell’angoscia dell’abbandono, la tendenza a politicizzare eccessivamente il contemporaneo fa perdere smalto al film nel finale. Qui, in particolare, il commento sui benefici dell’omosessualità femminile appare forzato e poco coerente con il tono dell’opera e svilisce parzialmente la costruzione della protagonista. Ad ogni modo, il film sorprende per un intrigante uso del 16mm, con una grana quasi amatoriale volta a sottolineare il rapporto quasi ventennale che intercorre tra Lila Pinell e Eva Huault. Chissà se la presentazione in Quinzaine aiuterà a sviluppare ulteriormente il personaggio di Shana e se vedremo ancora questo sodalizio artistico, un aspetto senz’altro più tipico del cinema francese rispetto ai gradevoli e presenti rimandi di genere.


[1] Palihawadana, V., Broadbear, J. H., & Rao, S. (2019). Reviewing the clinical significance of ‘fear of abandonment’in borderline personality disorder. Australasian Psychiatry, 27(1), 60-63.

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