approfondimento a cura di marco morelli
Un parere su «Train to Busan», «Sumbisori» e «The Mutation», film presentati durante quest’ultima edizione del Florence Korea Film Fest.
La 24ª edizione del Florence Korea Film Fest, svoltasi a Firenze dal 19 al 28 marzo, si è caratterizzata per la presenza di famosi volti internazionali. Gli ospiti più rilevanti sono stati senza dubbio Gong Yoo e Yeon Sang-ho, ma sono risultati gradevoli anche i numerosi Q&A con altri registi. Abbiamo presenziato nella giornata di martedì 24 assistendo a Sumbisori e The Mutation: qui alcuni pensieri sulle due opere dirette da registe donne e sull’ormai cult Train to Busan.

Train to Busan di Yeon Sang-ho
Vero main event dell’edizione è stata la proiezione del classico del 2016 a cui hanno partecipato sia Gong Yoo che Yeon Sang-ho. La star di Squid Game è stata protagonista di una masterclass nella mattinata di sabato 21 marzo, prima di presentare il film assieme al regista di fronte a una Compagnia sold out.
Su Train to Busan si è scritto molto in questi anni, in particolare per la rappresentazione di una società coreana spaccata tra individualismo spietato e solidarietà. Per quanto sia personalmente poco interessato alle presunte incongruenze logiche all’interno della grammatica zombie, l’opera di Yeon Sang-ho risulta qualitativamente inferiore al simile Snowpiercer. In particolare, se confrontata all’opera di Bong Joon-ho emerge una minore efficacia nella gestione dei diversi registri narrativi – da sempre tratto distintivo del regista di Parasite – e un finale che appare eccessivamente condizionato da finalità commerciali.

Nel complesso, tuttavia, Train to Busan resta una divertente esperienza filmica anche a distanza di dieci anni, nonostante il flop del sequel Peninsula. Decisamente migliore risulta la legacy del prequel animato Seoul Station, che insieme a The King of Pigs mostra la bravura di Yeon Sang-ho come animatore: tutte queste opere sono state presentate al festival negli scorsi giorni, con la masterclass di mercoledì 25 come highlight della presenza a Firenze del regista.
Sumbisori di Lee Eun-jung
Le haenyeo (“donne del mare”) sono sommozzatrici della provincia sudcoreana di Jeju dedite alla raccolta di molluschi, alghe e altre forme di vita marina. Inserite tra i patrimoni UNESCO nel 2014 e nella lista di patrimoni agricoli di importanza globale dal FAO nel 2023, rappresentano una rara struttura matriarcale e una rara forma di empowerment femminile in Corea [1]. Il sumbisori che dà il titolo al film è il fischio che le haenyeo emettono non appena riemergono dopo le lunghe immersioni: un sospiro di sollievo per un mestiere pericoloso e sempre meno popolare in Corea, a causa dell’invecchiamento della popolazione e dell’ascesa di altri mestieri maggiormente legati allo sfruttamento capitalistico.

Per questo motivo, la protagonista Hae-jin torna a Jeju da Seoul e, a seguito di una vita nella metropoli non soddisfacente, sceglie di seguire il percorso di madre e nonna e diventare una haenyeo. L’esordiente regista Lee Eun-jung mostra un conflitto femminile generazionale, ricordando per certi versi lo splendido Drømmer Orso d’oro lo scorso anno a Berlino: in particolare, lo scontro tra Hae-jin e la madre rivela come quest’ultima abbia proiettato verso la figlia il suo desiderio di sfondare nella grande città, dove invece la figlia ha esperito un vissuto di fallimento. In questo, il mare svolge una chiara funzione catartica anche nel ricongiungimento familiare: è attraverso un lutto in acqua che assistiamo all’inversione dei ruoli tra madre e figlia, con Hae-jin che finalmente si realizza nella città natale.
Per quanto il film presenti dei momenti molto intimi (su tutti la ninna nanna cantata dalla nonna a Hae-jin) lo svolgimento risulta molto scolastico, con metafore un po’ rozze (la scomparsa e riapparizione del cane a segnalare la crescita della protagonista) e dialoghi fin troppo didascalici; nonostante questo, Sumbisori è abbastanza coerente nell’esaltare la vita bucolica nucleare al mestiere di haenyeo, con la speranza che continuino a respirare ancora a lungo.

The Mutation di Shin Su-won
L’ultimo film della giornata di martedì ruota ancora maggiormente attorno all’elaborazione del lutto. The Mutation apre in un parco divertimenti, ricordando l’incipit di festival darlings come Grand Tour di Miguel Gomes o Kontinental ‘25 di Radu Jude : qui vediamo un giovane lavoratore coreano nero che veste i panni di una tigre bianca. Sebbene le tigri si siano estinte in Corea del Sud oltre un secolo fa sono ancora molto presenti nel folklore popolare come nel mito Dangun, la leggenda fondativa della nazione [2].
Il protagonista Jang Se-oh si trova più a suo agio dietro a una maschera: i pregiudizi razziali in Corea del Sud sono stati confermati anche da Shin Su-won nel Q&A al termine della proiezione, tanto che la regista ha specificato di aver esperito non poche difficoltà nel casting di un attore nero che parlasse coreano per il ruolo di protagonista. Questi, emarginato dalla società coreana, offre una preziosa valigia di Louis Vuitton a chiunque sia disposto a trascorrere due giorni con lui; all’invito risponde So-ra, giovane artigiana omosessuale. Inizia da qui un road movie all’insegna della ricerca dell’identità e, soprattutto, dell’elaborazione del lutto.

Sia Jang Se-oh che So-ra devono confrontarsi con una recente perdita e con una società bigotta che rinnega le loro diversità: il film mostra chiaramente questo percorso attraverso scelte psicologiche (il decluttering, l’esposizione graduata) e metafore (la maschera, il bungee jumping) nel complesso sensate anche se talvolta didascaliche. La scelta del Pas de deux dello Schiaccianoci come tema portante (qui nella meravigliosa versione di Temirkanov) è la summa di questa operazione: struggente e funzionale alla messinscena, ma a momenti forzata. In ogni caso, The Mutation espone in maniera onesta il bisogno di indossare una maschera in una Corea ancora assillata da razzismo e omofobia: la vittoria nella sezione Orizzonti Coreani non dovrebbe sorprendere.
[1] Shaikh, Marwah. “A Comprehensive Study on the Haenyo of Jeju Island: Tradition, Sustainability, and Women’s Empowerment.” International Journal for Multidisciplinary Research 6.1 (2024). [2] Canda, Edward R. “The Korean Tiger: Trickster and servant of the sacred.” Korea Journal 21.11 (1981): 22-38.



