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Di che cosa parliamo, quando parliamo di «Cime Tempestose» di Emerald Fennell? Abbiamo provato a mettere insieme, in questa sorta di tavola rotonda, pensieri, parole, opere, omissioni e tutto quello che ci è passato per la testa durante (e dopo) la visione del film. Prendete sul serio queste nostre parole, ma con moderazione.

«Cime Tempestose» di Emerald Fennell
«Cime Tempestose» di Emerald Fennell (Credits: Warner Bros.)

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Inizio con il dire che non ne posso più di sentire dire da alcuni maschi bianchi etero che mi circondano (no, non è una generalizzazione: sono sempre loro) che non andranno al cinema a vedere Cime Tempestose. Le motivazioni del “Figurati se mi guardo questo film al cinema” oscillano, di solito tra il “Jacob Elordi non è un bravo attore”, oppure, per quel tocco di intellettualismo e cinefilia in più, “Non sopporto il marketing dei film-evento”. A parte che sicuramente a vedere Oppenheimer ci sei andato, ma per il resto, well, good for you, Jen? Tanto so che te lo guarderai dal divano di casa non appena uno dei colossi streaming vince il braccio di ferro per averlo in catalogo, ma chi vuoi prendere in giro? Il terzo lungometraggio diretto da Emerald Fennell esce accompagnato da critiche, da dichiarazioni di persone che si rifiutano di credere a questa versione della storia e quant’altro. Non ho mai letto il romanzo di Emily Brontë da cui il film è tratto e non ho neanche visto altre trasposizioni sul grande schermo, tolta quella con protagonista Kaya Scodelario – che scopro solo adesso essere diretta da Andrea Arnold. Avevo guardato quel film solo per bypassare il paragrafo sulle sorelle Brontë dal già minuscolo e ridicolo capitolo di letteratura inglese sul libro del liceo. Neanche a dirlo, non mi ricordavo assolutamente niente della storia – se non l’ambientazione nella brughiera inglese.

«Cime Tempestose» di Emerald Fennell
«Cime Tempestose» di Emerald Fennell (Credits: Warner Bros.)

A Cime Tempestose è stato detto di tutto, ben prima che uscisse anche solo il trailer: dalle poche foto di scena trapelate (terribili: sgranate e con uno zoom improponibile) il film era già stato bollato come razzista (il personaggio di Heathcliff non è bianco come Jacob Elordi, di fatto, è) e basava la propria rilettura del romanzo su caratterizzazioni e stereotipi (anche questi, razzisti) quali il dente e l’orecchino d’oro di Heathcliff. Non sto screditando tutto quello che è stato detto, ma tornerò con un’opinione (più) informata dopo aver letto il romanzo (che ho prontamente comprato in una straordinaria edizione ultra kitsch redatta da Einaudi con la locandina del film in copertina). Dopo che è uscito, invece, di “Cime Tempestose” è stato detto che si tratta di una fantasia erotica indirizzata solo ed esclusivamente a un pubblico femminile, quindi in un certo senso è stato sminuito o ricondotto entro una categoria ben specifica se non di letteratura, di cinema rosa. D’accordo, come se non vivessimo nel mondo estremamente già polarizzato e binario che ha portato alla produzione di ben sette (7!) film sui Transformers. Non sto giustificando niente, sto solo dicendo che sì, a volte i film hanno un target ben preciso (o anche le serie televisive, for all that matters e salutiamo qui Storrie e Williams).

«Cime Tempestose» di Emerald Fennell
«Cime Tempestose» di Emerald Fennell (Credits: Warner Bros.)

Cime Tempestose è un film commerciale, in cui a malapena si vede tutto quel twist di follia e pratiche BDSM che ci era stato promesso (per quello, mi raccomando, c’è sempre Pillion di Harry Lighton, imperdibile), ma intrattiene e coinvolge con tutta la sua messinscena kitsch, la colonna sonora interamente composta da Charli xcx, la passione travolgente tra i due protagonisti, impersonati da Margot Robbie e Jacob Elordi (anche se, forse si sente un po’ la differenza di età tra i due, almeno all’inizio quando vengono inquadrati come adulti per la prima volta). Però è un film divertente e che intrattiene e un po’ come mi era successo guardando Dieci Capodanni – che con questo film non c’entra assolutamente niente ma per me è un buon esempio di prodotto audiovisivo basato su un tira e molla, alla lunga, snervante – mi ha fatto anche alzare gli occhi al cielo a più riprese (kiss him, already!). Certo, è un film che basa gran parte della sua riuscita sull’estetica e sulla composizione scenica, ma per caso qui nessuno aveva visto Saltburn per stupirsi di una cosa del genere? E, come nel precedente lungometraggio, la sognante atmosfera della fotografia di Linus Sandgren, unita alla pellicola in 35mm, rende il tutto un vero e proprio fever dream – letterale, visto che poi si finisce a parlare di setticemia. A me il film è piaciuto, sono di parte, ma del resto sono anche una ragazza dai piaceri semplici: datemi una storia d’amore, la campagna inglese e un clima nebbioso e avrete la mia attenzione. Ah no, forse quello era Harry Potter e i doni della morte. Ok, allora datemi anche Jacob Elordi.

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Per tutta la durata di questo film mi sono chiesta chi fosse il target audience di Emerald Fennell. Sono giunta alla conclusione che non includesse: vegani, fan di Secretary con Maggie Gyllenhaal, persone che si indignano facilmente se una scena del trailer non compare nel film, persone che si cringiano facilmente, e (questo si sapeva) studenti di letteratura di facile irritazione per trasposizioni cinematografiche poco fedeli. Per quanto Fennell possa consolarsi dalle critiche pensando che anche il romanzo di Emily Brontë non venne accolto in maniera molto positiva dalla critica del tempo, questo non toglie l’impressione che la sua versione sia radicata in una certa idea di passione distruttiva che non riesce mai completamente a lasciarsi andare alla sua natura più oscura. La passione in generale nel film viene rappresentata in maniera piuttosto stereotipata, con frasi fatte e scene osé che promettono più di quanto siano disposte a dare (e queste promesse sono il tratto più tossico del film, non la relazione tra Heathcliff e Catherine). 

«Cime Tempestose» di Emerald Fennell (Credits: Warner Bros.)

In un’intervista con Josh Horowitz, la regista ha dichiarato di aver immaginato questo lavoro per un pubblico molto giovane, intorno ai quattordici anni, e parlando del processo creativo, che ha incluso una stesura preliminare in cui Fennell non ha riletto il libro ma si è concentrata sui suoi ricordi e le sue impressioni emotive in quanto grande fan del romanzo, risulta chiaro che siano stati di grande ispirazione lavori come Romeo + Juliet di Baz Luhrmann Titanic di James Cameron, soprattutto per l’immagine iconografica di Leonardo DiCaprio per la cultura pop degli anni ‘90. In questo senso, la scelta di Jacob Elordi come co-protagonista, insieme a un poster iconico e la colonna sonora firmata da Charlie xcx, costruiscono l’idea di un film che punta ad entrare nelle camere di tutte le quattordicenni del mondo e rimanere lì per un pezzo. Non discuto il progetto ma mi chiedo se, in un momento in cui delle registe donne vogliono affermarsi nel cinema mainstream (Fennell sostiene di essere ispirata da Greta Gerwig e la sua parabola mediatica ammicca molto allo stesso tipo di riconoscimento nell’industria cinematografica), non si potrebbe puntare a dei prodotti un po’ più ambiziosi? Se l’obiettivo è solo dimostrare che le donne possono raggiungere il grande pubblico, allora Cime Tempestose (2026) e Saltburn (2023) sicuramente fanno quello che volevano fare, ma già che ci siamo si potrebbe pensare di portare in scena rappresentazioni un po’ meno stereotipate del piacere. Già che abbiamo messo un piede nella porta, proviamo anche a entrare nella stanza con qualcosa di nuovo.

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Quando nel 1850 Charlotte Brontë curò la seconda edizione del romanzo della sorella Emily, Cime Tempestose, dovette giustificarla con i lettori, spiegando che ciò che era presente nel libro era solo frutto di una fervida immaginazione. Oggi, nel 2026, questo titolo torna a far parlare di sé con Emerald Fennell che ci presenta una trasposizione cinematografica che del romanzo crudo, selvaggio e oscuro mantiene solo alcuni tratti e va bene così. Quello che ho provato nel vedere il film è stato un alquanto dritto ritorno all’infanzia, non di forma ma di contenuto. Sensazioni di quando giochi con quella bambina che non ami particolarmente, ma che tramite il gioco puoi permetterti di farlo notare. Questo è il Cime Tempestose di Emerald Fennell, una grande casa di bambole, dove noi adulti muoviamo questi bellissimi pupazzi che per l’intera durata della pellicola non fanno altro che scagliarsi addosso cattiverie e sentimenti sbagliati (chi si erge a giudice siamo noi stessi). È un gioco di crescita, scoperta e esorcizzazione, le nostre proiezioni si amplificano, scopriamo nuovamente quanto possa bruciare il desiderio e togliere il fiato la cattiveria, ma soprattutto soppesiamo la solitudine. Ci sentiamo camminare lievi sulle uova del nostro passato, cercando di fare attenzione a non pensarci, e quindi pensandoci costantemente, fino al momento il cui la vera leggerezza ci permette di avere un passo più deciso, finendo per rompere le uova e trovandoci a tu per tu con la presenza effettiva di chi pensavamo di aver lasciato dietro di noi.

«Cime Tempestose» di Emerald Fennell (Credits: Warner Bros.)

Heathcliff e Cathy si emancipano dai loro burattinai soltanto quando lasciano le magioni che la regista ha sapientemente pensato affinché fossero esteticamente estasianti e al contempo stucchevoli, per ritrovarsi nella brughiera, con il vento talmente forte da portare via ogni suono e degli spazi così ampi da potersi nascondere nel vuoto. Solo in queste distese i due possono finalmente amarsi, di un amore che distrugge tutti gli altri, che finalmente non prevede compromessi, vendette, messe in scena da dover recitare o parti da mantenere. È in questi momenti che nel film si ritrova il tratto di Emily Brontë che altrimenti potrebbe sembrare perso: nella ruvida pietra in cui i caratteri dei personaggi sono abbozzati, nella ricerca di una libertà diversa da quella imposta, nella solitudine scelta tra l’erica della brughiera. Ma quello che resta dopo la visione di Cime Tempestose non sono le scene di sesso – decisamente meno e meno eclatanti di quanto “promesso” – rimane il senso di solitudine di due anime che si sono scontrate ma mai abbracciate davvero. Rimane quella paura che da bambino ti faceva nascondere sotto il letto e che anche a trent’anni ti fa guardare il mondo da quella fessura nell’attesa che qualcuno possa sedersi su quel letto e ti permetta, allungando la mano, di toccargli la caviglia e sentirne il calore del corpo. 

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Potrei stilare una lista infinita delle ragioni per cui è difficile — anzi, direi impossibile — adattare con successo un grande classico della modernità. Ma l’ha già fatto Emma, nella sua recensione molto lucida, approfondita e soprattutto delusa, dove spiega perché il Cime Tempestose di Emerald Fennell non è mai decollato. Tra le altre cose, condivido con Emma la sua frustrazione: un adattamento marketizzato come sensazionale, perverso, hot, che al cinema si rivela — almeno ai miei occhi, ma soprattutto ai miei sensi — scandalosamente pigro. Questo però non significa negare lo sforzo di una manovra da 80 milioni di dollari — ammesso che lo sforzo ci sia stato, però. Dopo il discusso Saltburn, la regista di Promising Young Woman era tornata a far discutere nell’estate 2024, quando la Warner annunciava che Fennell avrebbe scritto e diretto il nuovo adattamento del romanzo di Emily Brontë. Forse immemori dell’operazione interessante compiuta da Andrea Arnold nel 2011, forse insoddisfatti del lavoro minuzioso di Peter Kosminsky nel 1992 che dirigeva due fantastici Juliette Binoche e Ralph Fiennes, abbiamo atteso con ansia e, perché no, erotica trepidazione, l’arrivo di Jacob Elordi e Margot Robbie nei ruoli di Heathcliff e Cathy.

Le scorciatoie che questo nuovo adattamento si prende, però, sono molte. La densità originale dei personaggi evapora nei due protagonisti e tre malcapitati che gli gravitano intorno, e vent’anni di storia si condensano in due ore che sembrano più una relazione tossica che dura il tempo di un’estate che non una tragedia d’amore tra ranghi e genealogie; il massimalismo visivo travolge e inghiotte l’austerità vittoriana dei tempi narrati, ridisegnando la brughiera come uno spazio perenne e la promessa di unione originaria come il suo desiderio sempre frustrato. E fin qui, okay: la licenza estetica non è un peccato. Il problema è che qui la decorazione finisce per travolgere il conflitto. La tensione amorosa, sublimata nel romanzo in ossessione, insoddisfazione, conceit, si asciuga qui in una posa immacolata, preraffaellita, che non descrive mai la complessità della sua emozione. L’impostazione metafisica, a tratti surrealista, che la regia assume privilegia l’interiorità emotiva di Cathy, del suo longing esasperato, rispetto alle dinamiche – complesse – degli eventi – numerosi – che rendono Cime Tempestose una storia di passione e intrigo. E così Wuthering Heights si riduce a delle colonne d’Ercole dipinte da un De Chirico; la brughiera dello Yorkshire a un prestito preso dalla scena beckettiana; e Thrushcross Grange un tripudio di pacchianesimo che strizza l’occhio al kitsch trumpiano. Sono immagini anche potenti, perfette per la stampa in serie sul cotone pakistano di Primark. Ma la potenza di una nuova iconografia erotico-semantica non basta a costruire una visione drammaturgica.

Nel più ampio revival britannico post-Brexit, tra prassi filiative, operazioni nostalgiche e nuove ritrattazioni culturali, questo Wuthering Heights non è neppure un Watery Sights, come invece avrebbe voluto essere, quanto piuttosto un Wiry Sighs: un sospiro umido, appiccicaticcio certo, ma non per le ragioni che ci saremmo aspettate. Allungare la vita a Heathcliff per garantire più tempo filmico a Elordi non serve a niente, se oltre a quell’accento posticcio e un paio di coreografie tra mani e lingue non gli scopri nemmeno un pezzo di coscia. Robbie è magnetica, come al solito; la sua Cathy regge qualsiasi intemperie, anche l’assenza di una drammaturgia. Ma dove sono i fantasmi? In una storia propria di fantasmi, l’assenza dell’effetto perturbante è forse più scandalosa di qualsiasi altra libertà poetica. Ma a chi attribuire la colpa di questo pasticcio? È responsabilità autoriale o un compromesso produttivo? Tutto il budget è stato davvero dilapidato in costumi e scenografie? Fennell parzializza secondo il proprio gusto una storia che resiste, per la natura della sua complessità, a qualsiasi riduzione—anche la più eccitata. E forse, per un nuovo pubblico di habitué che applaudono qualsiasi laccatura hollywoodiana attorno al più recente pseudo-femminismo cinematografico, va anche bene così. Il vero rimprovero da fare a Fennel è un altro: la pigrizia di una lettura adolescenziale del romanzo di BrontëCime tempestose si può amare a tredici anni, per tutte le ovvie ragioni… Ma a trent’anni bisognerebbe avere il coraggio, se non altro, di rileggerlo.

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