recensione a cura di emma marinoni
Se Wim Wenders ha scelto di aprire la Berlinale di quest’anno dicendo che “i film devono stare fuori dalla politica” — affermazione che ha scatenato, fra le altre cose, il rifiuto di presentarsi al festival da parte della scrittrice indiana Arundhati Roy e una serie pressoché infinita di commenti e schieramenti in tutte le successive conferenze stampa – ciò non ha fatto altro che rendere ancora più dissacrante e politicizzata la premiere di Uchronia, l’ultimo film del regista greco Fil Ieropoulos, all’interno della sezione Forum Expanded.

Uchronia è un docu-film-saggio ispirato a Una stagione all’inferno, una raccolta di poemetti in prosa del poeta francese Arthur Rimbaud. Pur prendendone in prestito alcuni elementi (tra cui anche la sua struttura), il film si concentra soprattutto sui fantasmi evocati dal testo — in primis, quello del suo autore — e su che cosa ci dicono riguardo al nostro presente. I fantasmi hanno un ruolo importantissimo nella storia queer: dopotutto, si tratta di una storia fatta quasi soprattutto da fantasmi, da figure non visibili alla cultura mainstream, che appartengono e al tempo stesso non appartengono alla loro contemporaneità. È una storia infestata, piena di racconti rimasti nascosti e di morti elevate a simboli. Quando questi fantasmi si incontrano creano temporalità alternative, in cui la storia può essere riscritta – in altre parole, “ucronie”, delle controstorie che nascono dagli “e se”, in cui passato e futuro coincidono.

Da questo punto di vista, Uchronia ricorda un po’ Orlando: My Political Biography di Paul B. Preciado, in cui l’immortalità del personaggio protagonista del romanzo di Virginia Woolf attraversa spazio e tempo, per incarnarsi in diversi personaggi e contesti. Qui a svolgere il ruolo principale è appunto Rimbaud, ritornato misteriosamente in vita e circondato da una serie di figure queer del passato e presente, che si confrontano con la sua opera e lǝ unǝ con lǝ altrǝ — del resto, dove altro potrebbero trovarsi tutte queste persone se non all’inferno insieme a lui?

Una delle presenze più toccanti è per me quella dell’artista americano David Wojnarowicz, il cui primo lavoro di successo è stata proprio una serie fotografica in cui il soggetto principale indossa una maschera con il volto di Rimbaud. L’opera di Wojnarowicz, attivo tra gli anni Settanta e Novanta, è diventata sempre più politicamente impegnata nel corso della sua vita, soprattutto nel contesto dell’epidemia di AIDS, di cui successivamente sarebbe morto nel 1992. L’epidemia di AIDS chiude il “secolo dei fantasmi” da cui tutte le figure presenti in Uchronia provengono, e rappresenta inoltre il momento di confronto più diretto con la morte mai avuto dalla comunità queer.

Uchronia è un film massimalista, eccessivo e polifonico, in cui i fantasmi queer del XXesimo secolo sono evocati non da una singola voce ma da un coro — talvolta persino in sette lingue diverse. Nonostante sia incentrato su un testo di due secoli fa, il film è incredibilmente politico e attuale, e instaura un confronto diretto con la nostra realtà, dalla guerra in Palestina fino alla crescita della destra nell’Unione Europea. Uchronia critica l’attuale industria mediatica queer e denuncia il cosiddetto “queer slop”, ovvero la tipologia di contenuto LGBT+ superficiale, capitalista e legato alla pop culture, nonché completamente estraneo a qualunque forma di attivismo, ma facilmente digeribile tra uno scroll e l’altro. Il film di Ieropoulos non potrebbe essere più diverso nella forma: è difficile da seguire e comprendere ad una prima visione, pieno di riferimenti non sempre facili da cogliere, ma è una netta espressione di volontà politica, che ci mostra non solo la rilevanza attuale dell’opera di Rimbaud ma anche quella dei fantasmi come possibilità politica alternativa.



