approfondimento a cura di virginia maciel da rocha
Di hockey sul ghiaccio, ardente rivalità, possession & obsession. Fame is a gun, cantava qualche mese fa Addison Rae – ma io sono qui a chiedermi che fine abbia fatto Xavier Dolan in tutto questo tornado mediatico.

Oh, Canada è il titolo di un film uscito nel 2024 e diretto da Paul Schrader, con Richard Gere e Jacob Elordi protagonisti (il secondo interpreta la versione più giovane del primo, stando all’equivalenza secondo cui Gere era l’idolo della generazione di mia madre, mentre Elordi della mia). Il lungometraggio è stato presentato alla 77° edizione del Festival di Cannes, dove ha ricevuto una tiepida accoglienza, ma se non altro, ha contribuito a mettere sulla mappa cinematografica Jacob Elordi, forte anche della collaborazione con Sofia Coppola in Priscilla (2023).

Non c’è molto da girarci intorno sul fatto che se l’ho visto, in una replica mandata in onda mesi dopo la sua uscita in sala, al cinema Sacher (notoriamente frequentato da persone che appartengono almeno a tre generazioni sopra la mia) era solo per vedere che cosa aveva combinato il nostro attore protagonista australiano preferito – se Schrader lo ha scelto nel suo film, del resto… Il regista di American Gigolò (1980) – forse lo “Wuthering Heights” degli anni Ottanta, per importanza culturale e iconica? Non saprei – ci dimostra il potere della fotografia e del cinema attraverso metafore scadute circa quarantacinque anni fa, ancora citando Susan Sontag e paragonando la brutalità dello scatto (shoot) a un’arma da fuoco (to shoot). Ho pensato che alcuni reels che mi capitano una volta ogni tanto durante le mie sessioni di scrolling su Instagram avessero ragione: gli stessi pensieri che gli uomini elaborano a trent’anni, noi donne verosimilmente li abbiamo già pensati a tredici.


eh, ok, forse no…
Visioni binarie & stereotipate sull’effettiva maturità raggiunta dai due tradizionali e canonici generi a parte, questa lunga introduzione mi è servita unicamente per citare un qualche nome che ha fatto la storia dei media occidentali: ora che abbiamo spuntato dalla lista Schrader e Sontag (per far vedere che, comunque, cinema e fotografia li abbiamo studiati) posso finalmente dedicarmi a quello che voglio. Oh, Canada, però, non è servito solo a vantarmi dei miei studi: immaginiamo di chiudere gli occhi per un attimo e ritrovarci a novembre 2025. Siamo onesti con noi stessi: alla domanda «chi è Connor Storrie?» qualcuno, qui dentro, avrebbe saputo che cosa rispondere? Già, quello che pensavo anche io. Tutto è iniziato con un «c’è una serie televisiva canadese che parla di hockey…» e as of today, quello che sappiamo di Hudson Williams e Connor Storrie, protagonisti di Heated Rivalry serie televisiva in sei episodi ideata e diretta da Jacob Tierney, è che hanno presentato una categoria alla scorsa edizione dei Golden Globes, confermato la propria presenza nella seconda stagione della serie (prontamente rinnovata da Crave) e addirittura preso parte al percorso della fiamma olimpica (non ho idea se esista un termine più tecnico di così per indicare questo gesto). A Vancouver, a Milano, città in cui si terranno i giochi? No, a Feltre! In provincia di Belluno. C’est la vie.


heated rivalry… yeah…
Mentre eravamo impegnati nella transizione dal 2025 al 2026, questi due hanno lavorato più del diavolo e ben presto mi sono ritrovata a recuperare una quantità pressoché infinita di interviste, photoshoots, video in cui qualcuno esprime le proprie abilità fisiche con Like a Prayer di Madonna in sottofondo, video divertenti, video meno divertenti ma comunque sempre sorridenti, video registrati da fan, video di paparazzi, video a bordo red carpet, talk show con Jimmy Kimmel, talk show con Seth Meyers, podcast con Owen Thiele, podcast con Evan Ross Katz e perfino il debutto di Williams sulla passerella di dsquared2 durante la settimana della moda di Milano. Il giorno dopo a questo evento – no, non c’entro assolutamente niente con il mondo della moda e vivo a circa seicento chilometri da dove si è svolta – ho ricevuto da tutte le persone nella mia orbita che non avevano visto Heated Rivalry un grande flusso di reel e video relativi a questa sfilata. Insomma, se non tutti hanno visto la serie, comunque il fattore riconoscibilità dei protagonisti è alle stelle, ancora prima dell’effettiva messa in onda in Italia (su HBOMax, dal 13 febbraio). Non è tanto il fatto che la casa di moda diretta da Dan e Dean Caten sia canadese come l’attore, ma quanto, piuttosto, che abbiano tirato su una collezione dedicata agli sport invernali (sì, come l’hockey) inserendo in apertura e chiusura la catwalk di Hudson Williams e in qualche modo già affidandogli il ruolo di icona nazionale, a doverci fare riflettere. Ma poi, alla fine, riflettere su cosa?
Serve fare un passo indietro. Scopro dell’esistenza di Heated Rivalry a ridosso dello scorso Natale, grazie alle mie cugine statunitensi, considerevolmente più giovani di me, ma non troppo: tra noi tre corrono rispettivamente quattro, sei e nove anni di differenza (manco a dirlo: sono quella vecchia). Che comunque fanno, tutto sommato. Ho trascorso le vacanze natalizie a casa loro, negli Stati Uniti, e non ho fatto in tempo a scendere dall’aereo (dove per undici ore di fila mi sono guardata l’ultima stagione di Emily in Paris perchè come dice la pubblicità della Ray-Ban: never hide) che già stavo subendo una grande sviolinata nei confronti di questa nuova serie canadese. Ora, non sono partita con la migliore delle intenzioni ma, alla fine, I’ll watch anything – a differenza loro, però, non ho idea di che cosa sia l’hockey e, volendo, tantomeno il Canada, che conosco solo tramite i film di Xavier Dolan – ma su questo torneremo in un secondo momento. Insomma, loro al secondo e terzo rewatch, io alla prima visione: in due giorni finiamo la serie e ci viviamo pure lo straordinario momento collettivo e di unità nazionale, globale, che dico signori, universale, della messa in onda dell’ultimo episodio. Insomma, una bella gita al cottage! E sì, amici della postale, mi sono vista questa serie interamente su HBOMax, dato che mi trovavo nel posto giusto e al momento giusto.
Ora, se anche non entriamo nel dettaglio delle date tra la messa in onda della prima puntata e le conseguenti settimane della moda che Williams e Storrie si sono fatti e seguiti tra Milano e Parigi, ci rendiamo comunque conto della letterale esplosione di fama e stardom a cui questi due sono andati incontro (a titolo informativo, gli attori sono rispettivamente classe 2001 e 2000). E, di conseguenza, anche gli attori François Arnaud e Robbie Graham-Kuntz hanno subito tutto questo – non voglio parlare di orbite o fare metafore con argomenti (l’astronomia) di cui non so niente, anche perchè ero davvero (sono davvero) una grande fan di I Killed my Mother di Dolan!


il famigerato episodio cinque! we loved this! heated rivalry / courtesy of sabrina lantos © 2025
Breve, brevissimo excursus, che forse rende idea anche del gap generazionale che separa la mia età da quella dalle mie cugine e forse anche come mi sono approcciata a questa serie. François Arnaud, classe 1985, che nella serie interpreta Scott Hunter – un personaggio non secondario, anzi, ma che forse possiamo definirlo parallelo ai protagonisti Ilya (Storrie) e Shane (Williams) – è caratterizzato da una importante differenza di età con il resto dei giocatori di hockey. Shane si rivolge a lui con l’appellativo di mister, mentre Ilya lo definisce laconicamente «a 100 years old». Ho provato a spiegare alle mie compagne di avventura che quando avevo la loro età, a long long time ago (I can still remember…), esisteva un regista franco-canadese che aveva rivoluzionato la narrazione LGBTQI+ nel cinema di finzione e che Arnaud interpretava uno dei protagonisti nel suo primo lungometraggio. Nessuna di loro aveva visto I Killed my Mother, ma almeno ci ho provato.


sì, ok, se sono tanto vecchia da ricordarmi di dolan, lo sono anche per ricordarmi di skam francia – and so are you.
È di due giorni fa la notizia della presenza di Storrie, Arnaud e Graham-Kuntz in prima fila alla presentazione della collezione di Saint Laurent e, arrivati a questa situazione mediatica, con tutti gli eventi mondani a cui ha preso parte, possiamo ammettere con relativa tranquillità che Connor Storrie è uno dei volti più riconoscibili e noti del momento. Ecco, forse la velocità con cui questi due sono diventati “i volti più riconoscibili del momento” mette in moto qualche considerazione non tanto su di loro – comunque protagonisti di una serie di enorme successo, al centro della meritata attenzione che gli spetta – quanto sul nostro ruolo di consumatori di contenuti, specialmente digitali. Non voglio scadere in tecnicismi e frasi fatte accademiche – sì, d’accordo, non siamo consumatori ma prosumer (producer + consumer): non solo vediamo e fruiamo di un video promozionale registrato durante un photoshoot oppure dell’episodio della serie ma lo facciamo nostro, lo montiamo e dissezioniamo con edits e remix e ne creiamo una fruizione alternativa. Quello che mi ha dato da pensare, in questi giorni, partendo dalla semplice considerazione che mi sono ritrovata quasi a vergognarmi per la quantità di informazioni che avevo accumulato su questi due personaggi pubblici, è che forse non si ha molto chiaro del senso del limite intorno a queste vicende.
Durante la conversazione tra Evan Ross Katz e Hudson Williams registrata nell’ultimo episodio del podcast Shut Up Evan, i due hanno commentato con qualche strato di approfondimento in più del solito “anche le star sono persone in carne e ossa!” il repentino cambio che la vita pubblica di Williams ha subito in un ristretto arco di tempo. Se, da una parte, la pervasività dei media digitali ci consente di geolocalizzare praticamente in tempo reale dove si trovi una persona – informazioni spesso e volentieri veicolate attraverso scatti e registrazioni “rubati”, di personaggi colti nella loro quotidianità o a passeggio per una capitale europea – dall’altra sembra che il fandom stia vivendo un momento di pesante responsabilizzazione in materia. Uso il termine fandom in generale per indicare il bacino di utenza di chi ha apprezzato la serie – le sfumature poi vanno dalla fanpage dedicata all’attore aggiornata su base quotidiana a un interesse più superficiale e distratto. Anche però chi riceve informazioni in modo passivo (in quel caso, non si tratta di me che ricerco attivamente interviste su YouTube o leggo un articolo su Interview perchè sinceramente interessata alla prospettiva e al punto di vista di un attore, ma di chi banalmente “scrollando” entra in possesso di determinate informazioni), finisce per fruire di tutti quei contenuti, illegali sotto certi aspetti, ma sicuramente non consensuali.
La riflessione portata avanti da Katz nel suo programma centra esattamente il punto: se anche mi rendo conto che il contenuto che ho tra le mani è una violazione della privacy del soggetto ritratto, comunque non faccio a meno di guardarlo, interagire o fare commenti a proposito. Non ricordo di quanti giorni fa era la notizia per cui Storrie era stato avvistato insieme al regista Luca Guadagnino, con tanto di scatti che testimoniavano l’avvenimento di questo incontro. L’invasione della privacy è un atto di per sé sbagliato (e perseguibile penalmente), ma quanto ci rende più innocenti, anche in buona, buonissima fede, gioire per una notizia del genere? Dalle interviste che l’attore ha rilasciato – in un contesto protetto, adibito precisamente a quello scopo, dietro stimolo del giornalista che ha posto la domanda etc… – sappiamo che Storrie sarebbe stato felice di collaborare con Guadagnino. Ma nel momento in cui con tutto l’affetto del mondo ci rallegriamo del fatto che i due si siano incontrati, quanto spetta a noi – in primis fruitori esterni di una serie televisiva, in secondo luogo possibilmente fan – provare questi sentimenti a riguardo?
Il mio lavoro (per fortuna, non credo reggerei) non è quello di analizzare dati, anzi, data, ma sarei molto curiosa nel fare almeno una ricerca incrociata per lessico che raccolga i commenti del fandom di Heated Rivalry in materia. Dopo le caustiche dichiarazioni di Jordan Firstman riguardo la necessità, da parte degli attori protagonisti della serie di rivelare il proprio orientamento sessuale per non scadere in forme di queer baiting, non ho visto una reazione aggressiva quanto, piuttosto, dismissive. Nessuno, alla fine, ha davvero dato peso alle opinioni di Firstman e Rachel Sennott, creatrice e autrice di I love LA, serie in cui l’attore è protagonista, ha prontamente postato una foto su Instagram in compagna di Jordan Firstman e Hudson Williams. La vicenda, di per sé irrilevante, comunque è sintomatica dello stesso atteggiamento mediatico che qualche mese fa aveva portato l’attore Kit Connor, protagonista della serie Netflix Heartstopper, a cedere a un coming out forzato dalla stampa e dai media, che tanto si interrogavano sull’effettivo orientamento sessuale dell’attore – per legittimare o meno il suo ruolo di adolescente gay nella serie britannica. Per tornare ai commenti prevalenti, quello che ho visto fino a ora (mi sono capitati anche reel di persone che scherzosamente adirate chiedono di lasciare in pace i loro “babies”) sembra esserci un filo di responsabilità in più in materia: vuoi per merito di quello che è successo a Britney Spears, storia con cui la mia generazione è tristemente cresciuta, vuoi per qualche realizzazione di aver oltrepassato una linea immaginaria, ma dalle conseguenze e gli effetti ben concreti.

I did not love «I Love LA». it was okay
Da qui la mia personale domanda, a cui non ho ancora trovato risposta, che riguarda proprio la responsabilità che il fandom ha sulla ricaduta diretta della percezione di questi personaggi. Non è questo il luogo per aprire un’ulteriore parentesi e approfondimento sui meccanismi di identificazione tra “persona comune” e “persona divistica” – ma se a qualcuno dovesse interessare il tema, posso consigliare alcuni saggi molto puntuali scritti da Miriam Hansen. Non voglio essere troppo ottimista, specialmente di questi tempi, ma dato per assodato che anche le persone che vediamo sullo schermo sono, alla fine della fiera, se non esattamente come noi (per contesti culturali, geografici e sociali necessariamente differenti), quantomeno umani come noi – sembra (o forse, voglio sperare) che ci sia una sorta di “ammorbidimento” dell’invasione della privacy sotto questo punto di vista.

Purtroppo, come sempre, sembra che debba sempre precedere una cautionary tale ai meccanismi che superficialmente e distrattamente mettiamo in atto – tra le più curiose forme di violazione della privacy, mi ha molto impressionato quella legata al “leaking”, anche se non si può tecnicamente parlare di leak dato che l’account era pubblico, del profilo Letterboxd di Hudson Williams. Sì, sono contenta che anche a lui sia piaciuto un film di Joachim Trier che è tra i miei preferiti, ma che ansia che mi è salita quando in un thread ho letto alcune delle recensioni in cui – legittimamente – parlava male di film che non gli erano affatto piaciuti! E non sono di certo io quella che deve lavorarsi l’industria hollywoodiana e giocarsi i ruoli della vita, d’ora in poi. Nessuno, comunque, sembra essersi permesso di spingersi in giudizi a riguardo; quando siamo nel torto, forse il minimo richiesto è di stare in silenzio.

Quindi, che cosa ci rimane da questa lunga e sconclusionata considerazione su come in questo mondo non esista privacy? Spero vivamente che qualcuno mi risponda con we live in a society, perchè chest’è, come dice il mio amico Kleant, e per sondare le motivazioni più recondite e sentite che portano a situazioni di delirio collettivo (no, a non tutti sta bene l’acconciatura di capelli-ispirati-alla-foto-segnaletica-di-Kurt Cobain che Connor Storrie portava ai Golden Globes) ci vorrebbe ben più di un articolo del genere. Ci resta una bella serie da guardare, il cui impatto, comunque, è stato immediato e profondo sotto più punti di vista. Segnalo, una fra le tante, l’apertura del dibattito LGBTQI+ all’interno della comunità sportiva dell’hockey, con il recente coming out del giocatore Jesse Kortuem (che cito per amore di filologia, ma metto le mani avanti dicendo che fino a questo momento non avevo idea di chi fosse), che in più di un’occasione ha sottolineato l’importanza di narrazioni non tossiche all’interno di un ambito sportivo impregnato di maschilismo e machismo come può essere il mondo dell’hockey. Ci restano una schiera di promettenti e molto bravi attori e, quantomeno, una seconda stagione da guardare. Io, nel dubbio, al concerto delle Wet Leg ci vado, questa estate. Xavier Dolan, invece, per ricordarci che ha inventato il Canada, ha finito di scrivere un nuovo film.

heated rivalry / courtesy of sabrina lantos © 2025
Infine, se vogliamo, ci resta da sperare che Nicolas Maupas e Lorenzo Zurzolo vengano contrattati dalla Rai per una serie rivoluzionaria sul mondo del calcio, per decostruire maschilismo tossico a forza di partite tra Inter e Milan, con ciascuno dei due protagonisti capitani (si dice capitano?) di ognuna delle due squadre. Dubito che la Rai, sotto questo governo, sia aperta a narrazioni simili, ma se mai dovesse cambiare idea, che mi chiami pure: ho grandi progetti per la mamma collettiva dell’audiovisivo di questa Penisola.



