recensione a cura di ilaria antonino
Father, mother, sister, brother, l’ultimo film di Jim Jarmusch e Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia, prodotto sei anni dopo The Dead Don’t Die – demolito dalla critica cinematografica e il cui finanziamento ha causato diverse noie al suo autore – è costituito da un trittico in cui vengono messe in scena tre raduni familiari differenti in tre paesi diversi (USA, Irlanda e Francia). Questi sono legati tra loro da tematiche comuni, tra cui la principale è certamente l’impossibilità di una comunicazione autentica tra genitori e figli, e da rimandi scenografici di vario tipo: i personaggi che via via si susseguono brindano con dell’acqua, del tè o del caffè, incrociano degli skater, portano dei Rolex dalla dubbia autenticità e vestiti dello stesso colore e pronunciano tutti la frase “and Bob’s your uncle”, traducibile in italiano con l’espressione “detto fatto”.

Nel primo e secondo segmento del film, quattro figli e figlie di una quarantina d’anni (Adam Driver e Mayim Bialik nel primo, Cate Blanchett e Vicky Krieps nel secondo) fanno visita rispettivamente al padre (Tom Waits) negli Stati Uniti e alla madre (Charlotte Rampling) in Irlanda. In entrambi i casi, genitori e prole sono a disagio, faticano a trovare argomenti di conversazione e i gesti di ciascuno/a sono affettati e artefatti. La terza parte del trittico segue invece due gemelli, impersonati da Luka Sabbat e Indya Moore, lungo le strade di una Parigi ridotta a un fantasma dandy fino all’appartamento dei loro genitori da poco deceduti in un incidente aereo, materializzando così la più irrecuperabile delle distanze, la morte delle persone amate.

Nonostante le intenzioni del regista, che cerca di riprodurre una messa in scena semplice ed essenziale, il film non solo scade in un’eccentricità compiaciuta e irritante, ma resta piatto e senza interesse. La regia e il montaggio sono piuttosto poveri, privi di originalità e di ritmo ed estremamente letterali – ne sono forse gli esempi più lampanti l’utilizzo sistematico della musica ogni volta che Adam Driver e Mayim Bialik guardano melanconicamente il lago gelato su cui si affaccia la finestra del padre e l’insistenza della cinepresa sulle foto di famiglia come simboli di un passato perduto. I rimandi sopracitati sono inseriti all’interno della sceneggiatura in maniera forzata, cosicché, nel caso in cui lo spettatore/trice non ci fosse arrivato da solo/a, i personaggi si ritrovano a spiegare esplicitamente più o meno tutte le decisioni registiche di Jarmusch.

Nella terza parte del trittico – durante la quale i due protagonisti proferiscono banalità su banalità – questa tendenza diventa quasi grottesca: in un bar di Parigi, mentre prende un caffè con sua sorella (la cinepresa si soffermerà in seguito sui dieci euro lasciati sul tavolo), Sabbat afferra la bottiglia d’acqua di fronte a lui e comincia a guardarla con un’attenzione innaturale, affermando poco dopo che una ragazza facente parte di una tribù autoctona gli ha spiegato che l’acqua è la medicina per tutti i mali. I due gemelli cresciuti in un appartamento parigino di 120 metri quadri e residenti a Parigi e New York, che, insieme agli skater, dovrebbero incarnare l’anticonformismo del regista, sono così ridotti a dei cliché e la loro vicenda sancisce definitivamente la prosaicità di tutta la pellicola. La seconda sequenza è, anch’essa, deludente: i personaggi femminili (estremamente stereotipati) sono opposti gli uni agli altri in maniera talmente limpida e didattica da soffocare la sceneggiatura.

L’attenzione artificiosa conferita ai decori e alla coreografia del tè domenicale suggella la debolezza della messa in scena e la rende ancora più insignificante. Infine, i tragitti in macchina, topos cinematografico comune e per questo difficile da padroneggiare, costituiscono forse il difetto più evidente della regia: girate in studio, queste scene danno un’impressione di falsità, l’immagine è immediatamente vittima di un’estetica fittizia e introduce una dissonanza che allontana lo/a spettatore/trice dalla vicenda. Non il miglior Jarmusch e sicuramente un Leone d’oro più che mediocre.



