recensione a cura di emma marinoni
Plainclothes — che letteralmente significa “in borghese” — è uno dei lungometraggi selezionati per il concorso ufficiale del NOAM Film Festival, tenutosi a Faenza dal 12 al 16 novembre e incentrato sul cinema nordamericano (ovvero su produzioni messicane, canadesi e statunitensi). Il film è l’opera prima di Carmen Emmi, regista proveniente dalla cittadina di Syracuse, nello stato di New York, che funge anche da ambientazione principale della pellicola.

Plainclothes segue le vicende di Lucas (interpretato da Tom Blythe, meglio conosciuto per la sua interpretazione di Coriolanus Snow in The Hunger Games: The Ballad of Songbirds and Snakes), un giovane poliziotto che si ritrova a far parte di una task force dedicata a incastrare e denunciare uomini omosessuali per atti osceni in luogo pubblico. Il film fa infatti riferimento alla pratica del cruising, parola che descrive incontri sessuali occasionali in luoghi semi-pubblici (molto spesso bagni o parchi) e tendenzialmente (anche se non esclusivamente) praticata da uomini gay. Plainclothes è ambientato in un momento non meglio precisato degli anni Novanta: sebbene il cruising sia ancora diffuso oggi, la sua base prettamente occasionale costituiva all’epoca una delle poche possibilità per le persone queer di relazionarsi tra di loro riuscendo comunque a mantenere un certo livello di anonimità.

Lucas agisce da esca, instaurando conversazioni quasi completamente non verbali con altri uomini che popolano il centro commerciale di Syracuse: dopo essersi fatto seguire in bagno, lascia che sia il suo obiettivo a fare la prima mossa, per poi chiamare i rinforzi che provvedono all’arresto. Un giorno, a mettere piede nel bagno è Andrew (Russell Tovey, ovvero la spina dorsale di moltissimi prodotti televisivi britannici), un uomo di mezza età che riesce a fare breccia tra le barriere difensive di Lucas: facendo fallire la missione di proposito, Lucas ritorna a casa con il numero di Andrew nella tasca della giacca. La collocazione temporale della storia è sottolineata anche dall’aspetto formale di Plainclothes: il regista alterna immagini digitali “pulite” a riprese più “sporche” in VHS, che evocano non solo l’immaginario dei filmati di famiglia ma anche quello delle telecamere di sorveglianza. È infatti il secondo a costituire la caratteristica formale preponderante delle soggettive di Lucas, fungendo da controparte formale alla sensazione di controllo e sorveglianza costantemente provata dal personaggio, in un ambiente di lavoro e familiare che disconosce la sua sessualità. Sebbene in certi momenti l’alternarsi costante tra un formato e l’altro possa essere un po’ frastornante, Emmi riesce a mantenere un ritmo stabile per l’intera durata del film, trasformando una scelta da semplice espediente formale a contenuto particolarmente significativo anche per i suoi protagonisti.

Se la componente visiva di Plainclothes è risultata per alcuni critici troppo pesante e fredda per raccontare la storia d’amore al suo interno, io trovo che la scelta di Emmi riesca a funzionare soprattutto grazie alla grande controparte emotiva dei suoi due attori principali — non a caso il film ha vinto il premio Miglior Cast al Sundance 2025. Lucas e Andrew si incontrano per tre volte: la prima volta in un bagno, la seconda in un cinema e la terza in una serra. Ognuno di questi tre incontri è carico di una tensione erotica e romantica fortissima, combinato ad un crescente senso di sicurezza via via che i luoghi di incontro diventano più remoti e isolati. L’incontro al cinema fra i due — reminiscente della natura sensuale che le sale cinematografiche avevano in passato — rappresenta un vero e proprio momento di connessione profonda e comprensione reciproca tra due personaggi in stadi abbastanza diversi della propria vita (e di definizione della propria identità). Blyth interpreta un Lucas esausto, in uno stato di angoscia costante e placato soltanto dalla presenza di Andrew, la cui esperienza vissuta ha invece calmato la confusione totale vissuta dal primo, per lasciare posto a una sorta di rassegnazione alla necessità di dover per forza tenere segreta questa parte della propria esistenza.

Plainclothes è un esordio che, a differenza del suo protagonista, ha le idee molto chiare su ciò che vuole essere: seppur imperfetto, il film riesce a instaurare un confronto solido con il mezzo filmico e con la storia LGBT+, ma soprattutto trasmette in modo vivido e non giudicante la profondità e l’intensità passionale della relazione tra i due protagonisti, sebbene essa sia composta quasi solamente da attimi rubati.



