recensione a cura di marco morelli
Sono passati dieci anni da quando László Nemes ha sorpreso il mondo a Cannes con il suo film d’esordio, Il figlio di Saul, affermandosi come uno dei giovani registi più promettenti del panorama europeo. Il suo terzo lungometraggio, Orphan, segna il ritorno alla Mostra del Cinema di Venezia dopo il successo più contenuto di Tramonto nel 2018.

Pur adottando un formato diverso dai film precedenti, Orphan si apre e si chiude con due marchi di fabbrica di Nemes: una soggettiva e la sfocatura delle sezioni periferiche del campo. Se queste scelte stilistiche erano cruciali nei film precedenti (per aumentare la claustrofobia e per rispettare ciò che non può essere rappresentato), in Orphan il loro impatto è minore. Nemes preferisce infatti restringere il campo in 4:3 e usare un filtro seppia, un contrasto notevole rispetto alle immagini de Il figlio di Saul e Tramonto. Ambientato in Ungheria nel 1957, pochi mesi dopo la Rivoluzione ungherese, il film racconta la storia di Andor, un ragazzo ebreo il cui padre era stato deportato durante la Seconda Guerra Mondiale e che si trova a fare i conti con una nuova figura paterna. Così facendo, Nemes ripropone due temi a lui molto cari: la genitorialità e la ricerca come motore narrativo. Lo stesso regista ha dichiarato di aver tratto ispirazione dalla storia della sua famiglia, in particolare di suo padre, per raccontare il film e il loro passato traumatico.

I fantasmi del passato e la sofferenza del popolo ungherese sono elementi costanti nel cinema magiaro del Dopoguerra, come dimostrano maestri del calibro di István Szabó[1] e Zoltán Fábri[2]. Nemes prosegue su questa strada: se ne Il figlio di Saul si era concentrato sulla disumana condizione dei Sonderkommando e in Tramonto aveva evidenziato lo stato di subalternità di Budapest rispetto a Vienna ai tempi dell’Impero, in Orphan si occupa degli abusi subiti dagli ebrei ungheresi per mano dei regimi totalitari durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. In alcune sequenze, i funzionari comunisti vengono rappresentati in modo poco sfaccettato e disumano: umiliano Andor e sua madre a causa del loro cognome ebreo e non esitano a fucilare i dissidenti in strada. L’Ungheria non è più un luogo sicuro. Per questo, diversi personaggi, come i familiari del nuovo padre di Andor e della sua amica Sari, si sono trasferiti o intendono trasferirsi in America. Addirittura, durante una celebrazione della Pesach, un rabbino definisce Israele la “terra promessa” in maniera infervorata e colorita.

Sebbene Nemes avesse in passato criticato duramente il discorso di Jonathan Glazer agli Oscar, la scena del rabbino dimostra la sua abilità nel giocare con l’ambiguità. Questo è probabilmente il punto di forza del film ed emerge chiaramente nella caratterizzazione del padre biologico di Andor, il corpulento macellaio Berent. L’uomo ha molte sfaccettature: se da un lato sembra tenere molto al ragazzo e cercare di compiacere sua madre, a volte appare violento e possessivo. Non è un caso che, pur avendo nascosto la donna durante la guerra, lo abbia fatto in cambio di denaro e l’abbia messa incinta. Anche la caratterizzazione di Andor, incapace di elaborare il lutto per la figura che credeva paterna e in conflitto edipico con quella reale, è notevole. La scrittura della trama, tuttavia, risulta a tratti confusa nella parte centrale e il ritmo meno coinvolgente e ipnotico dei lavori precedenti. Tuttavia, la complessità che Nemes porta sullo schermo è merce rara nel cinema contemporaneo: per questo, Orphan riesce a farsi apprezzare pur risultando, a prima vista, un’opera minore dell’autore.
[1] Dragon, Z. (1999). The spectral body: Aspects of the cinematic oeuvre of István Szabó. Cambridge Scholars Publishing.
[2] Petrie, G. (1986). The depiction of the 1950s in recent Hungarian cinema. J Eur Stud, 16(2), 29–44.



