approfondimento a cura di eleonora casi
La violenza – è scontato sottolinearlo – ha molteplici vesti. Non sempre si rivela, a volte è una crepa sottile ma costante, spesso lascia un vuoto innegabile, operando nei corpi, nei confini, nei silenzi. Sulla violenza, sezione del concorso ufficiale della ventunesima edizione di Lago Film Fest, mette insieme quattro cortometraggi che, ciascuno con espedienti differenti, si misurano con temi scomodi; rimanendo in bilico fra l’implicito e il dichiarato, fra la satira e la critica spietata, i corti propongono allo spettatore un’esperienza visiva che lo costringe all’inquietudine.

Between Delicate and Violent risulta forse il più didascalico dei quattro cortometraggi, e al contempo il più “tattile”: seguendo la storia dei propri nonni, la regista Şirin Bahar Demirel crea un collage fra immagini di archivio, fotografie della propria famiglia, stop motion e disegni che, cuciti insieme, si susseguono come le pagine di un album di ricordi dal sentore amaro, in una riflessione piuttosto sfaccettata e molto intima sulla violenza domestica. Suddividendo questa disamina in tre capitoli, la regista si chiede per quante strade ci si possa far largo tra i ricordi, e come ripercorrerli possa fungere da cura: in che modo la violenza perpetrata tra consorti diviene leggibile nelle foto che li ritraggono? La violenza domestica si nasconde proprio nel paradosso creato da tali fotografie, che oscurano la stessa realtà che vanno a ritrarre? Demirel tenta così di “immaginare un album fotografico per tutte le donne le cui storie sono andate perdute”, ricamando la memoria di una sofferenza che sente di aver ereditato, ma che non spegne il suo spirito di solidarietà.

Tutt’altre sensazioni evoca I Destroy the Tools of My Captivity, nel quale Diandra Arriaga crea una giungla post-umana fatta di circuiti e di glitch, attraversata da un essere mutante dalle indefinite sembianze che vaga alla ricerca di se stesso. Accompagnato da una voce narrante ipnotica, lo spettatore si immerge in questa esperienza audiovisiva densa, disturbante nella sua freddezza; la regia frastagliata guida questo viaggio visionario tra corpi ibridi e identità spezzate, con la consapevolezza di una possibilità di libertà che poco a poco emerge con forza.

In Stupor l’immersività viene portata su un altro binario comunicativo dalla regista Leonie Kellein, la quale crea un effetto di disallineamento tra l’immagine e il suono: lo spettatore vede scorrere immagini in slow motion di giocatori di hockey, di una pista di ghiaccio presentata gradualmente che si popola man mano di persone, e che si trova circondata da ambienti bui e vuoti; la voce fuori campo, immersa in quest’atmosfera sospesa, racconta un’aggressione scampata per un soffio, ma dal portato estremamente traumatico.

In questa sovrapposizione inquietante, Stupor ha la capacità di rendere tangibile una violenza che non si mostra, ma che colpisce con durezza chi ascolta. La ripetizione frammentata di alcune frasi, come se il tempo di quel racconto si inceppasse nella mente di chi tenta di ricordare (o di dimenticare), restituisce la frustrazione della rielaborazione, la paralisi data dalla paura e dalla consapevolezza di quanto è accaduto, senza offrire conforto né sollievo. La regista è in grado di costruire una tensione sorda e crescente, basandosi sul contrasto fra una traccia visiva gelida e una narrazione sonora profondamente umana.

L’ultimo corto della sezione è l’unico a proporre un tono smaccatamente satirico, facendosi metafora di una critica feroce all’imperialismo contemporaneo: The Elephant & the Room mette a nudo le contraddizioni di un sistema occidentale che si finge post-coloniale, ma che perpetua – anzi, intensifica – dinamiche di dominio. Attraverso una narrazione tagliente, Anas Qadamani ripercorre il massacro degli elefanti africani in epoca coloniale, la trasformazione dell’avorio in beni di lusso, la caccia regolamentata come passatempo dei ricchi occidentali, fino a estendere la denuncia al presente: oggi l’Europa bandisce l’importazione di trofei di caccia, rendendo l’uccisione di elefanti meno appetibile agli occhi dei post-colonialisti. Il regista crea poi un paradosso violento sottolineando come la burocrazia europea tuteli gli elefanti più di quanto protegga i migranti umani, rendendo l’elefante stesso figura retorica e corpo politico, proiezione di tutte le creature – umane e non – che l’Occidente civilizzato preferisce gestire mantenendo una distanza, in modo che non disturbino l’ordine prestabilito delle cose. Qadamani non cerca alcun compiacimento nella provocazione, ma offre un invito scomodo alla riflessione, una decostruzione necessaria delle retoriche dell’ipocrisia occidentale.




