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di giulia

Poche cose sono rischiose come la rottura degli equilibri. L’innovazione e il cambiamento sono ormai visti in questo mondo globalizzato non solo come note positive, ma addirittura come unica possibile via di progresso. Sia chiaro, il naturale mutamento di tutti gli aspetti della vita – in relazione all’aggiornamento dei tempi – è un fatto inevitabile e l’eccessivo attaccamento alla tradizione è ormai pratica vana. Tutto ciò però non presuppone un’intensità di sviluppo uguale per tutto e tutti. Il male non esiste di Ryusuke Hamaguchi, parla (anche) di questo.

Hitoshi Omika e Ryo Nishikawa in “Il male non esiste” di Ryusuke Hamaguchi (Credits: Tucker Film).

Dopo il grande successo di Drive My Car, l’ultima opera di Hamaguchi racconta la storia di una piccola comunità montana che si trova ad avere a che fare con il capitalismo d’impresa che sta depredando l’ambiente: la Playmode, azienda che sulla carta si occupa del mondo dello spettacolo, vuole costruire in questo villaggio poco lontano da Tokyo un sito turistico di “glamping” (camping glamour, un tipo di vacanza che unisce il campeggio ai vantaggi dell’hotel di lusso), affermando che ciò apporterà la rivitalizzazione dell’intera zona. L’idea che questo progetto – e le sue inevitabili conseguenze sull’ambiente circostante – potesse disturbare il microsistema creato e salvaguardato dalle persone che vivono in quei luoghi, sembra non passare per la testa degli imprenditori della grande città. 

Hitoshi Omika in “Il male non esiste” di Ryusuke Hamaguchi (Credits: Tucker Film).

Il male non esiste parla quindi di una problematica molto vasta, senza farlo direttamente, concentrandosi principalmente sul raccontare la vita di Takumi (Hitoshi Omika), tuttofare del paese, e di sua figlia Hana (Ryo Nishikawa). Puntare tutto sul rappresentare i dettagli della loro “vita lenta”, della loro piccola realtà, facendo solo intuire in un secondo momento quale sia la critica che lui vuole portare avanti, è una mossa che funziona. Lo spettatore si sente così integrato nella vita di queste persone che quando arriverà “il male esterno” il disagio sarà direttamente percepito sulla loro pelle. Osserviamo riprese delle chiome degli alberi per lunghi minuti, vediamo Takumi tagliare meticolosamente la legna per il camino (nonostante ne avesse ancora molta pronta da parte), esaminiamo lui e Hana camminare per i boschi giocando a riconoscere tutti i diversi tipi di piante che incontrano nel tragitto. La loro esistenza sembra flemmatica agli occhi di chi è costantemente influenzato dalla velocità delle grandi città, che non comprende il valore delle tante occupazioni realizzate da Takumi. L’uomo conosce ogni angolo di quella terra e si impegna ad aiutare i vicini perché questo è ciò che sa e vuole fare, non c’è spazio per secondi fini o brama di denaro. Non solo, si concentra così tanto nelle sue mansioni che spesso gli succede di distrarsi e scordare di andare a riprende la figlia al dopo scuola. Questo però non sembra essere un problema per Hana, che è molto a suo agio nell’incamminarsi a casa da sola, attraversando quei boschi che sono la loro casa. 

Ryo Nishikawa in “Il male non esiste” di Ryusuke Hamaguchi (Credits: Tucker Film).

Questa situazione apparentemente idillica viene presto interrotta dall’informazione che due rappresentati (Ryuji Kosaka e Ayaka Shibutani) della famosa agenzia di talenti che si sta occupando della realizzazione del villaggio glamping sarebbero andati in città. Il loro compito sarebbe dovuto essere quello di accogliere i consensi e rispondere agli eventuali dubbi delle persone della loro comunità, presentandosi disponibili a trovare un comune accordo per la realizzazione del progetto, con il fine di renderlo un cambiamento vantaggioso per tutte le parti. L’incontro è tuttavia organizzato in modo approssimativo e la dichiarata intenzione di ascoltare le preoccupazioni dei residenti si rivela solo una scusa, qualcosa da fare per immagine, così da qualificarsi per le sovvenzioni governative post-pandemia. Durante l’incontro le persone del villaggio cercano di far capire come la fossa settica del sito proposto avvelenerà senza ombra di dubbio l’acqua che arriva a valle e nelle loro case, esponendo domande alle quali i due responsabili non sanno rispondere, in quanto mandati lì dai loro superiori senza troppe informazioni o istruzioni, facendo notare facilmente a tutti il disinteresse nell’ascoltare veramente la loro voce. 

Ayaka Shibutani, Ryuji Kosaka e Hitoshi Omika in “Il male non esiste” di Ryusuke Hamaguchi (Credits: Tucker Film).

Percepiamo da qui un cambiamento nel ritmo del film, che rimane lento nel suo racconto degli eventi ma che introduce un nuovo sentimento di disagio perenne. La situazione di pace del villaggio è ormai stata intaccata e comprendiamo che ci saranno delle inevitabili conseguenze. I due responsabili sono mandati nuovamente al villaggio per persuadere Takumi ad aiutarli nella corretta realizzazione del lavoro, offrendogli un impiego come guardiano del sito. Ci rendiamo conto in questa seconda visita che i due non sono esattamente come i loro capi, provano senso di colpa nei confronti dei residenti e riconoscono l’infattibilità nel realizzare questo progetto senza la creazione di danni. Cambia l’atteggiamento nei confronti dell’uomo, si mostrano ora disposti a capire la sua vita. Addirittura, uno di loro affermerà di aver sempre desiderato a sua volta una vita immersa nella natura e che lui stesso stava pensando di proporsi come guardiano. Tutta questa condiscendenza però ci risulta strana, Takumi con loro appare pacato come è con tutti, non riusciamo a percepire nessuno dei suoi sentimenti ma rileviamo che qualcosa non va. 

Ayaka Shibutani e Ryuji Kosaka in “Il male non esiste” di Ryusuke Hamaguchi (Credits: Tucker Film).

Hamaguchi rappresenta diversi tipi di umanità a contrasto: c’è chi ha sempre avuto grandi ambizioni ma arriva a un punto della propria vita rendendosi conto di non essere soddisfatto, e c’è chi ha scelto invece un’esistenza da tanti considerata umile, raggiungendo nonostante tutto la stabilità. Queste diverse realtà mostrano empatia l’una verso l’altra, senza però comprendersi. Essendo quindi l’intento del regista, a mio avviso, quello di portare sullo schermo un sentimento profondo e generalizzato, la narrazione si muove sul finale sempre di più verso misteriose allegorie. La rappresentazione si fa sempre più misteriosa e l’effetto visivo inizia quasi ad avere la meglio sulla sceneggiatura, lasciandoci con un finale di estremo impatto, che non sappiamo però spiegarci. Lo spettatore arriva quindi ai titoli di coda de Il male non esiste sentendosi quasi obbligato a trovare delle possibili interpretazioni, ma la verità è che nonostante tutte le plausibili risposte, nessuno conosce esattamente quale sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, rompendo l’equilibrio.

Giulia

Nouvelle Vague, arti visive e ramen istantaneo. Non mi piace parlare di me, ma mi piace parlare di film.

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