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Di che cosa parliamo, quando parliamo di “Questo mondo non mi renderà cattivo” di Zerocalcare? Abbiamo provato a mettere insieme, in questa sorta di tavola rotonda, pensieri, parole, opere, omissioni e tutto quello che ci è passato per la testa durante (e dopo) la visione della serie. Prendete sul serio queste nostre parole, ma con moderazione.

“Questo mondo non mi renderà cattivo” di Zerocalcare (© Netflix)

giulia

Zero, io t’abbraccerei forte, se solo fossimo due persone a cui piacciono gli abbracci. Forse è meglio se esprimo il mio affetto scrivendo qualche bella parola, o almeno provarci. Questo mondo non mi renderà cattivo non è il sequel di Strappare lungo i bordi, Michele Rech stesso lo ha ripetuto per mesi, mettendo le mani avanti e preparandoci per quella che di fatto è una serie molto diversa dalla precedente, non perdendo però mai l’anima che caratterizza ogni lavoro dell’artista. Caotico? Retorico? Troppo romano? Sinceramente l’unica cosa che sono riuscita a pensare durante la visione dei sei episodi è stata: inspiegabile come un uomo di quarant’anni che non conosco e che si fa chiamare Zerocalcare a quanto pare riesce a capire quello che c’è nella mia testa ed esprimerlo meglio di quanto mai io potrò fare. Il costante farsi domande su qualsiasi aspetto dell’esistenza potrà sembrare retorico per molti, e forse hanno pure ragione, tuttavia in quanto persona che tende a pensare troppo (sempre), mi ritrovo molto nel modo di scrivere di Zerocalcare.

“Questo mondo non mi renderà cattivo” di Zerocalcare (© Netflix)

Sono tante le serie che mi lasciano un po’ di magone addosso una volta finite, nonostante il carattere di commedia che le categorizza, ma c’è qualcosa che mi tocca sempre particolarmente in ogni cosa che Zerocalcare fa, sarà forse che non si tratta mai di storie che vogliono eccedere nei propri obiettivi. Zero parla della sua vita, della tua vita e in generale — senza mai presunzione — di quella di tutti gli altri. La sua caratteristica inadeguatezza alla vita in cui è tremendamente facile riconoscersi si consolida in una serie di situazioni che investono in qualche modo l’intera società. Sempre attento a considerare i punti di vista di ogni persona, ma comunque lasciando intendere allo spettatore quello da lui prediletto, Zerocalcare parla degli ultimi con la voce di chi ne ha fatto o ne fa tutt’ora parte, o comunque di chi gli ha sempre ascoltati. Piccoli e mirati attacchi a tutto quello che crea dubbi nella nostra società, senza paura di parlare ma con tutte le dovute attenzioni del caso. L’instabilità e l’incertezza si stendono su tutti gli aspetti del futuro, ma una cosa è certa: “Se su queste strade vorrai tornare / ai nostri posti ci ritroverai”. Potrai non sapere bene chi sei o cosa sarai, ma il fatto che non sei solo in questa “lotta per la sopravvivenza” ti lascia, inaspettatamente, un barlume di speranza persino nel più buio dei momenti. Se rimaniamo fedeli a quello che crediamo, questo mondo non ci renderà cattivi.

virginia

«Nell’età della convergenza […] non c’è più solo il programma in sé, ma una vera e propria esplosione di oggetti, di discorsi e di altri contenuti di supporto costruiti intorno al prodotto televisione dall’industria mediale o dalla creatività dei fan»[1]. Così scriveva Aldo Grasso, più di dieci anni fa, ancora in tempi non sospetti, quando, almeno in Italia, nessuno aveva idea di che cosa fosse Netflix. Ci sono alcuni meccanismi che, all’interno dei media, tendono evidentemente a ripetersi: per quanto fuori dagli schemi, comunque la nuova serie di Michele Rech, in arte Zerocalcare, subisce quei processi che – detto banalmente – contribuiscono a creare hype, quindi aspettativa, intorno a un prodotto audiovisivo. Non è solo il bombardamento mediatico, svoltosi principalmente sui social media, ma anche un intero allestimento presso la Città dell’Altra Economia (Roma), composto da «un po’ di cose a tema serie, tipo installazioni baracconate gadget gratuiti e videogiochi arcade anni 90», per usare le parole del fumettista stesso, a rendere bene l’idea di convergenza tra media.

“Questo mondo non mi renderà cattivo” di Zerocalcare (© Netflix)

Mi aspettavo che Questo mondo non mi renderà cattivo mi sarebbe piaciuta più di così – ma da cosa erano provocate le mie aspettative, o meglio, quanto di mio c’era nelle aspettative e quanto, invece, c’era di costruito da questo hype mediatico visto che, in tutta la mia vita, non ho mai letto neanche un suo fumetto? Non fraintendetemi, la serie mi è piaciuta e sono contenta che, finalmente, un artista abbia deciso di parlare apertamente contro la strumentalizzazione che la destra di questo Paese sta portando avanti attraverso intellettuali per niente schierati ideologicamente con quella fazione politica (detto banalmente: sono stanca della destra che si accolla intellettuali di sinistra). Ho apprezzato molto tutte le prese di posizione, fino a che, però, alcune non sono scadute nel retorico e in un’iper-spiegazione che, forse, ne ha un po’ svilito il messaggio.

“Questo mondo non mi renderà cattivo” di Zerocalcare (© Netflix)

Giusto a titolo informativo – forse, questa fra tutte, è quella che risulta più stucchevole nel suo ripetersi – per circa tre o quattro volte viene sottolineato il fatto che il personaggio di Sarah sia il faro morale del protagonista. Ecco, diciamo che già dalla prima volta in cui viene menzionata, la metafora è abbastanza chiara, senza che ci sia bisogno di ridirla per altre due volte. Ma anche ripercorrere nel finale di stagione, a mo’ di flashback, tutta la vita di Cesare, già raccontata nel corso di cinque episodi, forse risulta un tantino ridondante. Ad ogni modo, di tutte le scelte operate all’interno della serie, ne ho trovata una particolarmente interessante dal punto di vista linguistico, cioè quella di definire la destra italiana di oggi “nazista” – non mi soffermerò sulla parlata romana, ma se volete sapere la mia sapete dove trovarmiSì, è un termine forte, ma forse non viviamo nel Paese in cui, ripetendolo fino all’inverosimile, ha fatto in modo che il termine “fascista” perdesse di significato? Le parole sono importanti (o pietre, scegliete la citazione che preferite) diceva qualcuno, e Zerocalcare lo sa bene.

marco

Empatia. Empatia è la prima parola che mi viene in mente per riassumere Questo mondo non mi renderà cattivo, la seconda serie di Zerocalcare realizzata per Netflix. Gli unici veri fili conduttori con la prima stagione sono Roma e i suoi amici, Secco e Sarah, per il resto il focus si sposta verso una dimensione più attuale e collettiva – senza dimenticarsi di fare ironia su chi lo aveva criticato per aver usato il dialetto – parlando del tema dell’accoglienza, della propaganda dei nazisti intorno ad essa e della noncuranza dei cosiddetti partiti progressisti. L’empatia si vede nel momento in cui cerca di capire perché il suo vecchio amico, dopo vent’anni passati in comunità, si sia unito a un movimento di estrema destra che si oppone al dislocamento di trenta persone in un centro di accoglienza vicino ad una scuola elementare, o quando la sua amica, da poco divenuta maestra in quella sede a rischio chiusura, dice ai microfoni tv di capire le ragioni delle preoccupazioni nel quartiere, sorprendendo Zero, che quando va a trovarla a casa sua, si sente dire: «siete andati avanti, avete fatto cose e io invece sono rimasta qua. Prima ero quella che poteva fa’ tutto, poi sono diventata quella che non sta a fa’ niente». Si tratta di un tema ricorrente in questa stagione, quello di capire quanto lui abbia diritto a fare la predica alla gente vista la sua posizione che è comunque privilegiata, per identità e professione lavorativa. Non è un qualcosa di scontato, tutto ciò denota semplicemente la straordinaria sensibilità di un artista mai banale, chapeau Zerocalcare.

“Questo mondo non mi renderà cattivo” di Zerocalcare (© Netflix)

P.S. Unica nota negativa: alcune canzoni della soundtrack, come “’74 ’75” dei The Connels e “Spirits” dei The Strumbellas hanno fatto riaffiorare nella mia mente i ricordi dei miei innamoramenti adolescenziali, non dovevate…

francesca

Si sa, dopo aver realizzato un prodotto che è stato particolarmente apprezzato dal pubblico è sempre difficile ritornare in pista con un progetto altrettanto competitivo. Attorno a quest’ultimo vengono a crearsi aspettative così alte che facilmente finiscono per essere deluse. Zerocalcare sembra, però, essere immune dal virus “la seconda stagione non è all’altezza della prima”. A due anni dal successo di Strappare lungo i bordi, il fumettista romano è autore di una nuova serie animata che, pur non essendo stata concepita come una seconda stagione ma come un progetto a sé, ci riporta nelle vite di Zero, Sarah, Secco e l’Armadillo, questa volta con una maggiore consapevolezza (e con nuovi personaggi). In Questo mondo non mi renderà cattivo la storia non segue uno sviluppo narrativo lineare ma viene costruita tramite un’alternanza continua di passato e presente: oggetto d’attenzione della narrazione sono, stavolta, un centro di accoglienza per immigrati, la lotta contro i nazisti del quartiere che vogliono farlo chiudere e il ritorno di un vecchio amico di Zero, Cesare, dopo anni passati a combattere contro la tossicodipendenza. I temi si fanno qui più politici, la serie è ambientata ancora una volta nella periferia della capitale del “paese meraviglioso” fatto di ponti che crollano, diritti che muoiono e ministri che applaudono (per citare la sigla fin troppo accurata di Giancane).

“Questo mondo non mi renderà cattivo” di Zerocalcare (© Netflix)

Con uno stile narrativo che alterna ironia a sentimentalismo, per la prima volta viene data voce a quei personaggi generalmente esclusi dalle narrazioni perché scomodi, costantemente in balia di quella corrente che, come non manca di ricordarci un personaggio, «fa paura perché non si sa dove porti», ma almeno vuol dire che non si sta andando a fondo. La serie è, forse anche di più rispetto alla precedente stagione, ambiziosa: la scelta di dare un’impronta maggiormente politica non esclude affatto di poter trattare anche una dimensione più intima ed introspettiva. Ritroviamo ancora una volta quella che è la vera essenza dell’arte di Zerocalcare: la sua straordinaria capacità di mostrare con estrema sensibilità come, in fin dei conti, tutti abbiamo le stesse paranoie e angosce e non c’è niente di sbagliato nel mostrarsi vulnerabili. 

benedetta

Abitare nella periferia di Roma e vedere qualsiasi cosa prodotta da Zerocalcare inserisce un elemento particolare nella disamina che se ne può fare. Sembra, nei disegni dei palazzi, del cielo, dei colori delle strade, che tutto potrebbe essere accaduto qui, dietro l’angolo. I personaggi, caratterizzati senza pietà alcuna verso la loro provenienza, il loro accento, il loro lavoro o le loro condizioni di vita, sembrano essere quelli che abitano nell’appartamento di fianco al mio. Le difficoltà, poi, riescono più di ogni altra cosa a fare eco nel petto di chi con-questi-occhi, ha conosciuto un mare di Cesare, di Sara o di Secco.

“Questo mondo non mi renderà cattivo” di Zerocalcare (© Netflix)

Sebbene possa essere facile, a quel punto, limitarsi geograficamente alla propria circoscrizione, entra in gioco l’elemento politico scelto da Zerocalcare per rendere la sceneggiatura digeribile da Trento a Messina. E quindi Rebibbia diventa familiare per tutto il Paese, perché tutti abitiamo nei ritornelli visivi e acustici che sono riproposti nella serie. Il problema delle migrazioni, dell’accoglienza, della rabbia di ciascuno, che sembra non avere argini. I manifesti attaccati abusivamente, che il giorno dopo troviamo strappati e poi di nuovo attaccati. Ora, se tutto questo non ci appartiene, non ci è familiare o non ci convince, è perché non siamo ne da una ne dall’altra parte della barricata e quindi – evidentemente – Zerocalcare non vuole parlare con noi.

“Questo mondo non mi renderà cattivo” di Zerocalcare (© Netflix)

Il silenzio di vivere il vuoto politico di questo tempo si intreccia poi con quello personale, dei nostri rapporti umani, che paiono divaricarsi con la stessa lentezza – senza però sollevarci nei confronti di un destino che infine sembra inevitabile: spezzarci a metà. Ecco, quel punto di rottura per fortuna non arriva. Forse perché anche noi, tutto sommato, siamo in grado sempre di riprendere le nostre due estremità e ricongiungerle. Abbandonando indietro qualcosa, sempre, ma senza lasciare che il mondo ci renda cattivi.

emma

Zerocalcare è stato campione di umiltà fin da quando parlava anche solo di pippe mentali, serie tv e plum-cake – facendo proprio dell’autoironia uno dei tratti più distintivi (e più amati) della sua produzione. Tuttavia, con il passare del tempo le pare condivise da Zerocalcare con i suoi lettori sono diventate un po’ meno generiche e diffuse: l’aumentare rapido del suo successo ha portato nei suoi fumetti una grande quantità di ansia, senso di colpa e sensazione di trovarsi fuori posto, più o meno come se l’autore si trovasse perpetuamente sotto un’enorme spada di Damocle. Effettivamente, Zerocalcare si è ritrovato suo malgrado a diventare un “intellettuale di riferimento” dell’Italia di oggi: dai suoi libri fino ai post su Instagram traspare una forte consapevolezza che le proprie parole possano essere traviate o manipolate in qualsiasi momento da chiunque. 

Questo mondo non mi renderà cattivo di Zerocalcare
“Questo mondo non mi renderà cattivo” di Zerocalcare (© Netflix)

La meta-narratività già tipica del suo stile raggiunge l’apice in Questo mondo non mi renderà cattivo proprio in quanto anche strumento di difesa da possibili manipolazioni: Zero cerca in tutti i modi di essere (e mostrarsi) fedele ai propri principi. L’accusa di essersi “venduto” a Netflix viene creativamente ri-mediata in diversi modi, dalle parodie di contenuti della piattaforma a vere e proprie rappresentazioni del processo produttivo della serie in sé. La narrazione è talvolta inframmezzata da excursus che spiegano perché vengano adottate determinate espressioni piuttosto che altre: alla possibile noia che questi possano suscitare Zero risponde rivolgendosi direttamente allo spettatore e dicendo che riflessioni di questo tipo hanno per lui senso di esistere “proprio perché il suo lavoro è usare le parole”. 

Questo mondo non mi renderà cattivo di Zerocalcare
“Questo mondo non mi renderà cattivo” di Zerocalcare (© Netflix)

Questo mondo non mi renderà cattivo è molto più esplicita di Strappare lungo i bordi su diversi livelli: in primis, Zerocalcare si mostra decisamente più vulnerabile decidendo di parlare della propria paura che tutto non riesca più ad essere come prima o della preoccupazione di essersi dimenticato qualcuno lungo la strada con il passare degli anni. In più, Zero fa un ritratto più accurato che mai del proprio presente, disegnando un’Italia in cui i giornalisti sono iene, le persone al governo nel consiglio municipale sono ornitorinchi (un po’ uccelli, un po’ mammiferi: insomma, non si capisce che cosa siano) e gli immigrati sono passati da un quartiere all’altro di Roma come un pacco postale. 

Questo mondo non mi renderà cattivo di Zerocalcare
“Questo mondo non mi renderà cattivo” di Zerocalcare (© Netflix)

Un paio di mesi fa sono andata a vedere la mostra dedicata a lui presso la Fabbrica del Vapore di Milano, che fortunatamente non si è limitata a cavalcare l’onda del successo di Netflix ma ha lasciato tantissimo spazio alla sua produzione più direttamente politica. Vicino all’uscita c’era una scritta autografa di Zero che mi sembra possa sintetizzare bene anche ciò che sta alla base di Questo mondo non mi renderà cattivo: “Questa mostra esiste grazie a chi l’ha curata, montata, installata, imbullonata e a chi ha animato le esperienze collettive che io ho potuto disegnare. Fuori dalla collettività c’è solo la mitomania.” 

alessia

Sono una persona classe ‘99, piena generazione Z, che anche se non è esattamente cresciuta con la tecnologia, sicuramente l’ha vista crescere ed espandersi come un’epidemia (infelice metafora per questo periodo storico, me ne rendo conto). Faccio quindi parte di quella generazione che abita i social quasi come fossero un mondo parallelo, un mondo in cui per tante persone ricordarsi che dietro profili pubblici trattati come la piazza del mercato o commenti meschini e violenti ci sono degli esseri umani in carne ed ossa è, spesso, un compito difficile. Un mondo in cui, senza avere la minima percezione della storia passata e presente dell’ennesimo nickname che lascia un commento sessista, razzista, omofobo, grassofobico, abilista (e non continuo perché potremmo andare avanti per molto, potete divertirvi ad aggiungere voi), è molto facile schierarsi in fazioni e barricarsi contro i nemici. E sia chiaro, è esattamente quello che faccio anche io. 

Questo mondo non mi renderà cattivo di Zerocalcare
“Questo mondo non mi renderà cattivo” di Zerocalcare (© Netflix)

Mi è capitato spesso di pensarci, durante la visione della serie, a quanto quello che pensiamo un atteggiamento esclusivo dei social sia in realtà un’esacerbazione della realtà che viviamo fuori. Questo mondo non mi renderà cattivo: ci accorgiamo presto di come il titolo della serie appaia come un mantra che ci accompagna durante la visione. Ci accorgiamo presto, cioè, di quanto una frase all’apparenza così sognatrice e infantile rappresenti l’assordante speranza del protagonista che, in cuor suo, è radicalmente convinto di stare dalla parte giusta – “Su queste strade se vorrai tornare / ai nostri posti ci troverai” cita, infatti, dalla storica poesia di Calamandrei, pensando alle persone con cui marcia in strada in difesa del centro sociale nel suo quartiere – e a quei principi vuole rimanere saldamente ancorato.

“Questo mondo non mi renderà cattivo” di Zerocalcare (© Netflix)

Eppure, come capire chi sono i veri cattivi? Chi sono davvero le persone che agiscono mosse da cattiveria piuttosto che da una percezione distorta della realtà che vivono, manipolata da demagoghi che inseguono il loro personale interesse o dall’informazione che sceglie di creare cattivi ad hoc? E quando le tue aspirazioni e i tuoi desideri si scontrano con quei forti principi rischiando di incrinarli, quello è un seme di cattiveria o è l’ennesima crepa dovuta alla nostra complessità dell’essere, semplicemente, persone fallibili? Queste sono alcune delle domande, condite da un ritmo comico per me esilarante, che queste tre ore mi hanno sbattuto in faccia, attraverso le quali la rigida separazione di bianco e nero diventa sempre più grigia. Il lato negativo – che poi pensandoci è anche quello positivo – è che non è in quelle tre ore che le domande troveranno risposta, ma anzi ne lasceranno una ancora più grande, che rimarrà in mente per un po’ di tempo: ma allora, come e con chi è possibile parlare e ritrovarsi, in fondo, simili?


[1] Aldo Grasso, Prima lezione sulla televisione, Editori Laterza, Roma, 2011.

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