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di sara

Un bambino immerso in un campo di grano intento a giocare con una cavalletta viene improvvisamente distratto da un rumore fuoricampo: un trattore si sta dirigendo nella sua direzione; accompagnato da due contadini, a bordo troviamo il detective Park Du-man (Song Kang-ho), volto arcinoto oramai anche al pubblico occidentale per il ruolo di protagonista in Parasite (2019). Così inizia Memorie di un assassino (2003), secondo film del cineasta sudcoreano Bong Joon-ho. Ispirato a una storia vera, narra degli omicidi avvenuti a Hwaseong negli anni Ottanta, compiuti da uno dei primi serial killer sudcoreani di cui, all’epoca dell’uscita del film, non si conosceva ancora l’identità. 

“Memorie di un assassino” di Bong Joon-ho (Credits: IMDb)

Una ragazza trovata morta in un fosso è la prima di una serie di vittime, tutte giovani donne che vengono prima violentate e poi uccise. Il caso viene assegnato a due ispettori locali, Park Du-man e Cho Yong-gu (Kim Roi-ha), incompetenti e dai metodi investigativi discutibili. Diventato un caso al di fuori della portata provinciale, viene chiamato un investigatore da Seoul, Seo Tae-yun (Kim Sang-kyung), come supporto alle indagini. Fin da subito sono evidenti le differenze nei metodi investigativi delle due parti, sicuramente di stampo più razionale e occidentale quello utilizzato dal detective Seo rispetto ai metodi degli altri due, molto arcaici e privi di fondamento scientifico. Gli omicidi commessi avvengono sempre – o quasi – nelle stesse circostanze: durante una serata di pioggia, accompagnati alla radio dal brano 우울한 편지 (Sad letter) di Yoo Jae-ha, richiesto puntualmente dalla stessa persona. 

“Memorie di un assassino” di Bong Joon-ho (Credits: IMDb)

Gran parte della narrazione è ambientata nel 1986, periodo di manifestazioni studentesche contro il presidente Chun Doo-hwan; le vicende storico-politiche non si limitano a fare da sfondo alla vicenda, ma intervengono direttamente nella narrazione influenzando le indagini stesse. Come nella maggior parte dei film di Bong Joon-ho, è presente un forte attacco nei confronti della società sudcoreana, evidenziandone l’arretratezza e mostrandone la forte influenza e dipendenza dagli Stati Uniti.  

“Memorie di un assassino” di Bong Joon-ho (Credits: IMDb)

A colpire fin da subito è la fotografia. Le sequenze d’apertura e di chiusura sono dominate da colori brillanti che delineano un clima di serenità, creando un netto contrasto con il nucleo centrale della narrazione caratterizzato, invece, da colori spenti e poco saturi. Nella sequenza iniziale l’ispettore Park “dialoga” col bambino immerso nel grano; ciò che colpisce è il modo di interagire dei due: il ragazzino imita in tutto e per tutto l’ispettore, quasi come se fosse un gioco e non si trovassero sulla scena di un crimine. L’ambiente che li circonda è apparentemente ameno, perlomeno finché non viene mostrato il cadavere e non appare il titolo del film: da qui in poi si ha una rottura con l’idillio e lo spettatore viene immerso in una realtà molto più tetra, marcata da una fotografia sbiadita. La sequenza finale è ambientata nel 2003, nello stesso luogo di quella iniziale. A interagire con l’ormai ex ispettore Park, questa volta, è una bambina. Dal dialogo che si instaura tra i due si nota un diverso approccio della figura infantile nei confronti della figura adulta e viceversa, apparendo molto più maturo, in contrasto con il dialogo della sequenza iniziale. Ciò è segno del cambiamento avvenuto nel corso della narrazione: il detective Park è maturato, si è svincolato dalle sue convinzioni e ha messo in discussione i suoi ideali. 

Memorie di un assassino
“Memorie di un assassino” di Bong Joon-ho (Credits: IMDb)

Tuttavia, nel corso della narrazione, alcuni colori emergono rispetto ad altri. Tutti i personaggi che possiedono un’autorevolezza statale indossano indumenti dai colori spenti, in modo tale da farli confondere con l’ambiente circostante, ambiente certamente cupo che riflette la situazione sociopolitica dell’epoca. Gli unici personaggi che presentano delle vesti cromaticamente più evidenti sono le vittime, non solo dell’assassino, ma anche dei soprusi commessi dalle figure istituzionali. Le donne uccise indossano – quasi tutte – un indumento rosso, accompagnato da numerosi elementi di colore bianco; anche i primi due sospettati – evidentemente innocenti agli occhi dello spettatore e del detective Seo fin dall’inizio – vestono indumenti di colore bianco (uno di questi anche delle mutande di pizzo rosso). Il bianco e il rosso possono così essere considerati i colori vittimali per eccellenza.

Memorie di un assassino
“Memorie di un assassino” di Bong Joon-ho (Credits: IMDb)

Il terzo sospettato, Park Hyeon-gyu (Park Hae-ilDecision to leave), viene presentato con l’intento di farci credere che sia lui l’assassino; infatti, non indossa mai indumenti bianchi o rossi, ma anzi si mimetizza anche lui perfettamente con l’ambiente circostante. Ciò è evidente fin dal momento in cui viene interrogato, ma specialmente nella scena del confronto finale davanti al tunnel, in cui indossa dei vestiti molto scuri, quasi camuffandosi con lo sfondo nero. Il suo viso perfettamente illuminato è però macchiato di sangue a causa dei colpi inferti dal detective Seo, rosso che potrebbe in qualche modo evidenziare il suo ruolo di vittima che ci viene svelato proprio in una delle sequenze finali del film. Questo suo vagare nell’ombra e non essere inserito in nessuna categoria – a differenza degli altri due sospettati che vengono classificati come “diversi” – disorienta entrambi i detective: Park inizia a dubitare delle sue doti investigative («Guardami negli occhi. Non lo so. Sei un povero disgraziato. Vai») e Seo, invece, della veridicità delle carte («Deve esserci un errore. Questo documento mente, non me ne faccio niente»).

Memorie di un assassino
“Memorie di un assassino” di Bong Joon-ho (Credits: IMDb)

Il vero assassino è stato individuato nel 2019, molti anni dopo l’uscita del film. Il regista ha più volte dichiarato come lavorare a questo film lo abbia provato mentalmente. In un’intervista pubblicata nel 2008 dichiara ciò: «Actually, I was very scared. I suffered a lot psychologically. Really, during that time period, I was very deeply absorbed in the murders, enough so that I had delusions that I might capture the real killer in the process of my research. I worked hard doing research and fell deeply into it emotionally as well, so I was exhausted. But at the same time, the more I researched the murders, the more angry and indignant I became»[1].


[1] Intervista a Bong Joon-ho per Korean Film Directors: Bong Joon-ho, Jung Ji-youn, Korean Film Council, 2008, Seoul.

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